C’è una domanda che a Lido Sant’Angelo ormai circola tra operatori, cittadini e turisti: ha davvero senso pagare fino a 40 mila euro per un locale che lavora appena trenta giorni l’anno? Perché il nodo è tutto qui. La cosiddetta “stagione estiva” sulla costa ionica, almeno per molte attività, dura poco più di un mese. Dal 20 luglio al 20 agosto si concentra il grosso dell’afflusso. Prima e dopo, il movimento cala drasticamente. E allora diventa inevitabile chiedersi come possa un imprenditore sostenere affitti simili, aggiungendo poi personale, utenze, tasse, autorizzazioni, fornitori e costi di gestione. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: prezzi più alti, margini ridotti e operatori costretti a rincorrere incassi impossibili.
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La verità è che sul litorale si è creato un sistema senza parametri chiari. Non esiste un criterio reale legato ai metri quadrati, ai servizi, agli incassi o alla durata effettiva della stagione. Conta soltanto la posizione. Più sei vicino al mare, più il prezzo sale. Anche quando il mercato non riesce più a sostenerlo. E questo pesa su tutti. Pesa sugli imprenditori che devono recuperare cifre enormi in pochissimo tempo. Pesa sui cittadini che si ritrovano listini più cari rispetto ad altre località. Pesa sui turisti che spesso contestano prezzi considerati sproporzionati rispetto ai servizi ricevuti. Ma soprattutto pesa sul modello di sviluppo scelto negli anni.
Perché oggi emerge chiaramente un errore urbanistico e turistico: aver privilegiato insediamenti residenziali lungo la costa invece di pianificare aree realmente dedicate all’accoglienza e alle strutture ricettive. Dove il turismo viene progettato seriamente, gli spazi per attività commerciali, ristoranti, alberghi e servizi vengono pensati per lavorare diversi mesi l’anno. Qui invece molte attività si ritrovano schiacciate tra abitazioni private, limiti strutturali, concessioni temporanee e spazi ridotti. Con il paradosso di pagare cifre da grandi località turistiche senza avere però gli stessi numeri.
Anche i bandi pubblici non sembrano aver calmierato il mercato. Anzi. In diversi casi le assegnazioni avvengono attraverso offerte economiche elevate che finiscono per alimentare ulteriormente la corsa al rialzo. Box di pochi metri quadrati assegnati con offerte superiori ai 18 o 20 mila euro, a cui poi si aggiungono occupazione del suolo pubblico e altri costi accessori. Alla fine il rischio è evidente: chi entra deve necessariamente alzare i prezzi oppure abbassare la qualità pur di sopravvivere.
Ed è proprio qui che si apre un altro tema delicato. La competizione non sempre premia il prodotto migliore. Spesso premia semplicemente chi riesce a comprimere i costi. Materie prime più economiche, personale ridotto, formule improvvisate. Una spirale che inevitabilmente si riflette anche sulla qualità dell’offerta gastronomica. C’è chi sostiene che servirebbe maggiore liberalizzazione per aumentare la concorrenza e migliorare i servizi. Altri chiedono invece più controlli su autorizzazioni, sicurezza, requisiti sanitari e attività nate in strutture non sempre adeguate alla ristorazione. Probabilmente servirebbero entrambe le cose: regole chiare e mercato più equilibrato. Perché continuare con canoni fuori misura per una stagione di appena trenta giorni rischia di trasformare il turismo in una corsa senza futuro. E quando un territorio diventa economicamente insostenibile per chi ci lavora, prima o poi il conto arriva anche per chi lo vive.
Matteo Lauria – Direttore I&C






