Editoriale | Rossanese e Corigliano restano, ma la città ha il diritto di sognare una grande squadra

Le realtà dilettantistiche possono continuare ad esistere senza bloccare un progetto ambizioso per Corigliano Rossano e il calcio professionistico – Anziché rispondere singolarmente ai tantissimi commenti arrivati in queste ore, preferisco scrivere un nuovo editoriale. Perché forse c’è un equivoco di fondo che sta alimentando paure inutili e polemiche fuori strada. Partiamo da un punto chiaro, chiarissimo. La Rossanese resta. Il Corigliano resta. I tifosi possono continuare ad andare allo stadio, tifare i propri colori, seguire le proprie squadre, vivere le rivalità storiche e sostenere le società che amano. Nessuno vuole cancellare nulla. Nessuno vuole togliere identità, simboli o appartenenza.

Chi vuole seguire la Rossanese è liberissimo di farlo. Chi vuole seguire il Corigliano è liberissimo di farlo. E le due società possono tranquillamente continuare a disputare i campionati dilettantistici, come fanno oggi. Questo deve essere chiaro una volta per tutte, perché molti stanno discutendo come se qualcuno volesse chiudere tutto. Non è così. Il punto vero è un altro. Le attuali realtà dilettantistiche non possono impedire alla città di pensare in grande. Ed è qui che bisogna essere sinceri fino in fondo. Perché l’esistente, fino ad oggi, ha prodotto soltanto dilettantismo.

Siamo nel 2026 e la situazione è questa: una squadra ha rischiato di retrocedere dall’Eccellenza, un’altra è in Promozione. Questa è la fotografia reale del calcio a Corigliano Rossano. E allora la domanda è semplice: davvero vogliamo continuare così per altri venti o trent’anni? Perché né Rossano né Corigliano, da sole, sono mai riuscite ad arrivare nel professionismo. Mai. Non è una provocazione. È la storia che parla.

Anni di promesse, campionati mediocri, stagioni anonime, piccoli obiettivi e continue divisioni. Nel frattempo altre città crescono, altre società si organizzano, altre realtà della provincia di Cosenza approdano in Serie D. E noi? Noi siamo ancora qui a giocare contro piccoli paesi, davanti a poche centinaia di spettatori, in una città che conta quasi ottantamila abitanti. È evidente che qualcosa non ha funzionato né funziona.

Ed è qui che nasce il ragionamento su una grande squadra cittadina. Una società forte, con imprenditori solidi, con una classe dirigente capace di investire davvero, con un progetto moderno, organizzato e ambizioso. Una squadra che rappresenti l’intera città di Corigliano Rossano e che abbia finalmente l’obiettivo di portare questo territorio nei professionisti. Perché noi abbiamo il diritto di sognare.

Anzi, abbiamo il dovere di provarci. E questo sogno non entra in conflitto con la Rossanese o con il Corigliano. Le due cose possono tranquillamente convivere. La Rossanese può continuare ad esistere. Il Corigliano può continuare ad esistere. Ma contemporaneamente la città può costruire qualcosa di più grande. Non si capisce perché una realtà dilettantistica debba diventare un muro contro qualsiasi idea di crescita. È questo il vero equivoco.

Nessuno impedisce agli ultrà di continuare a fare gli ultrà. Nessuno impedisce ai tifosi di continuare a seguire le proprie squadre. Ognuno è libero di vivere il calcio come vuole. Però non si può pretendere di bloccare una visione più ampia soltanto per paura del cambiamento. Perché una squadra nei professionisti non porterebbe soltanto calcio. Porterebbe economia vera. Una società importante genera indotto. E l’indotto significa lavoro, movimento commerciale, turismo sportivo, marketing territoriale, visibilità e nuove opportunità economiche.

Provate ad immaginare cosa significherebbe vedere arrivare a Corigliano Rossano tifoserie importanti da tutta Italia due volte al mese. Alberghi pieni. Bed and breakfast pieni. Ristoranti pieni. Pub affollati. Attività commerciali che lavorano. Sponsor che investono. Aziende che legano il proprio marchio alla squadra della città. Questo è ciò che produce il professionismo. E non è fantasia. Basta guardare cosa succede nelle città che vivono davvero il calcio ad alti livelli. Una squadra professionistica significa anche diritti televisivi, trasmissioni nazionali, servizi sportivi, giornali che parlano della città, televisioni che nominano Corigliano Rossano ogni settimana.

Il nome della città inizierebbe finalmente a circolare in tutta Italia. E questo, nel 2026, vale tantissimo. Perché oggi le città competono anche attraverso immagine, comunicazione e capacità di attrarre attenzione. Una grande squadra può diventare uno strumento straordinario di promozione territoriale. E poi diciamolo chiaramente: i veri derby non sarebbero più quelli tra quartieri o tra campanili interni. I veri derby sarebbero contro Cosenza, Catanzaro, Crotone.
Oppure contro piazze storiche del Sud e del Nord Italia. Quella sì che sarebbe una crescita vera. Quella sì che sarebbe una mentalità nuova.

E attorno ad un progetto serio potrebbe nascere anche qualcosa che oggi sembra impossibile: un grande stadio moderno nell’area di Insiti. Uno stadio nuovo, funzionale, capace di ospitare eventi, famiglie, attività commerciali, concerti e grandi appuntamenti sportivi. Una struttura moderna che possa diventare un simbolo della nuova città. Perché dire no a tutto questo? Perché avere paura persino di immaginare un futuro diverso? Qui non si tratta di cancellare il passato. Si tratta di costruire il futuro. E poi c’è l’aspetto culturale, che molti continuano a sottovalutare.

Qualcuno cita Milano, Genova o Roma dicendo che lì esistono più squadre. Ma sono paragoni che non hanno senso. Milano è già una città unita da secoli. Genova è già una città unita da secoli. Roma è già una città unita da secoli. Corigliano Rossano invece è una città giovane che deve ancora costruire una vera identità comune. Ed è qui che il calcio potrebbe avere un ruolo importante.

Oggi mancano luoghi, simboli e occasioni capaci di unire davvero i cittadini delle due aree urbane. Una grande squadra potrebbe aiutare anche questo percorso. Potrebbe creare appartenenza, orgoglio comune e senso di comunità. Non è soltanto una questione sportiva. È una questione culturale, economica e sociale. E allora il punto finale è molto semplice: nessuno vuole cancellare Rossanese e Corigliano. Nessuno vuole togliere ai tifosi la loro passione. Ma nessuno dovrebbe impedire alla città di pensare finalmente in grande. Perché continuare a restare piccoli, divisi e mediocri non è tradizione. È soltanto rassegnazione.

Matteo Lauria – Direttore I&C 

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