L’editoriale di Matteo Lauria – C’è una domanda che la politica continua a evitare accuratamente: perché ci si mobilita con ferocia quando c’è da conquistare una poltrona e ci si spegne quando c’è da difendere un’idea? Il referendum sulla giustizia rappresenta uno dei casi più emblematici degli ultimi anni. In molte realtà amministrate dal centrodestra, dove candidati e liste hanno raccolto consensi plebiscitari, il referendum ha registrato risultati opposti rispetto alle indicazioni politiche nazionali. Un dato che dovrebbe far riflettere. Se un elettore vota un partito alle amministrative ma poi non segue quel partito su una battaglia politica ritenuta strategica, significa che qualcuno non ha fatto il proprio lavoro.
Eppure non accade nulla. Nessuna analisi seria. Nessuna verifica interna. Nessuna assunzione di responsabilità. Nessuna conseguenza politica. Nei partiti italiani il merito sembra essere diventato un dettaglio trascurabile. Conta vincere. Conta esserci. Conta occupare spazi. Ma se una campagna fallisce, se una linea politica non passa, se un territorio dimostra di non aver recepito il messaggio, nessuno paga il conto. Il problema riguarda tutti. Destra e sinistra.
Da una parte si invoca la riforma della giustizia. Dall’altra si denuncia il rischio di una magistratura politicizzata. Poi arriva il referendum e prevale il no. Fine della discussione. Come se il problema fosse improvvisamente scomparso. Ma dov’è finito il popolo del no? Se la magistratura era un tema così importante, se il sistema presentava criticità, se il caso Palamara aveva aperto interrogativi profondi sui rapporti tra correnti, politica e giustizia, perché oggi regna il silenzio? Era una battaglia di principio o semplicemente una battaglia contro qualcuno?
Perché il sospetto è proprio questo: che molti abbiano partecipato al confronto non per difendere una visione della giustizia, ma per colpire un avversario politico. Una volta raggiunto l’obiettivo, il tema è sparito dall’agenda. Lo stesso accade dentro i partiti. Prendiamo il caso di leader territoriali capaci di raccogliere consensi enormi (Vedi De Luca, appena eletto sindaco di Salerno) e di imporsi ben oltre il perimetro delle sigle di appartenenza. Se una persona riesce a mobilitare centinaia di migliaia di elettori, perché il partito non valorizza quel modello? Perché continua a prevalere la logica delle appartenenze, delle correnti e delle fedeltà personali? La meritocrazia resta una parola da convegno.
Nella pratica dominano opportunismo, improvvisazione e convenienza. Si costruiscono candidature per equilibri interni. Si premiano relazioni anziché risultati. Si tollerano comportamenti che indeboliscono il partito purché non disturbino gli assetti consolidati. E così si alimenta una politica senza responsabilità. Chi porta voti viene celebrato. Chi perde viene spesso ricollocato. Chi lavora viene confuso con chi occupa una posizione. Chi tradisce una linea politica raramente subisce conseguenze. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: organizzazioni sempre più deboli, dirigenti sempre meno autorevoli e cittadini sempre più distanti.
Un partito serio dovrebbe misurare il valore delle persone sui risultati, sulla coerenza e sulla capacità di rappresentare una comunità. Dovrebbe premiare il merito e sanzionare il disimpegno. Dovrebbe chiedere conto delle sconfitte tanto quanto celebra le vittorie. Invece continua a prevalere una regola non scritta: tutto passa, nulla cambia. Ed è proprio questa assenza di responsabilità la più grande riforma che la politica italiana continua a rinviare. Per paura. O forse per convenienza.
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