L’editoriale di Matteo Lauria – Le parole del superstite della tragedia di Amendolara fanno male. Raccontano paura, sfruttamento, minacce, lavoro sottopagato. Raccontano uomini che chiedevano semplicemente una paga dignitosa e un contratto regolare. Raccontano una vicenda che, se confermata dalle indagini, rappresenterebbe una delle pagine più drammatiche degli ultimi anni nella nostra regione. Ma proprio perché la vicenda è così grave, sarebbe un errore fermarsi alle emozioni del momento.
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Questo non significa giustificare chi sfrutta. Non esiste alcuna giustificazione. Esistono imprenditori onesti e imprenditori disonesti. Esistono professionisti onesti e professionisti disonesti. Esistono intermediari corretti e intermediari che vivono sulle debolezze degli altri.
Ma se vogliamo davvero combattere il fenomeno, dobbiamo avere il coraggio di guardare più in profondità. La Calabria vive da decenni una crisi strutturale. È una terra straordinaria. Ha due mari, montagne, colline, un patrimonio ambientale unico, produzioni agricole di qualità, una posizione geografica strategica nel Mediterraneo. Eppure continua a essere una delle regioni economicamente più fragili del Paese. La domanda che dovremmo porci è semplice: perché?
Perché non siamo riusciti a trasformare queste potenzialità in sviluppo? Perché non siamo riusciti a costruire una classe dirigente capace di fare della Calabria una terra di opportunità invece che di emigrazione? Oggi fare impresa in Italia è sempre più difficile. Assumere un dipendente costa. Aprire e gestire un’azienda costa. La pressione fiscale e burocratica continua a rappresentare un peso enorme. Lo Stato dovrebbe essere il primo alleato di chi crea lavoro, soprattutto nelle aree più fragili del Mezzogiorno.
Anche il settore agricolo vive una fase complessa. Arrivano contributi e finanziamenti, ma spesso manca una strategia complessiva. Manca innovazione. Manca cooperazione tra produttori. Manca una politica capace di valorizzare davvero i prodotti locali sui mercati nazionali e internazionali. Il risultato è che i prezzi si abbassano, i margini si riducono e l’intero sistema entra in sofferenza. In questo contesto trovano spazio gli sfruttatori, i caporali e chi pensa di poter fare profitto sulla disperazione. Ecco perché la politica dovrebbe evitare dichiarazioni di circostanza. La vera solidarietà si misura creando lavoro, favorendo investimenti e sostenendo chi produce ricchezza nel rispetto delle regole.
Basta guardarsi intorno. A Corigliano-Rossano, come in tante altre realtà della Calabria, le saracinesche abbassate raccontano una crisi economica profonda. Ogni negozio che chiude è un pezzo di futuro che se ne va. E allora lavoriamo nella direzione di creare occasioni e posti di lavoro. Basta con la corsa al contributo fine e se stesso. Abbiamo bisogno di qualità e di professionalità nel mondo delle produzioni ( e non solo) – Oggi per come siamo messi, probabilmente sarebbe il caso di ritornare alle gabbie salariali, come scrivevo in un precedente editoriale di qualche anno fa. Un sistema che prevedeva stipendi diversi per lo stesso lavoro a seconda della zona geografica in cui il lavoratore era impiegato. Tra Nord e Sud c’è una differenza enorme sul piano economico e per costo della vita. Al Nord i contratti sono rispettati, al Sud si trovano strategie per raggirare l’ostacolo normativo. E la frittata è fatta. E poi ci lamentiamo degli orrori!
La tragedia di Amendolara, dunque, non può essere archiviata come un fatto di cronaca. Deve diventare una domanda collettiva sul modello di sviluppo che abbiamo costruito e su quello che vogliamo costruire. Perché quando un territorio si impoverisce, cresce il rischio che qualcuno venga sfruttato. E quando la povertà incontra l’indifferenza, il passo verso l’orrore può diventare terribilmente breve.






