Quattro braccianti uccisi nella Piana di Sibari per aver chiesto un contratto e paghe dignitose. La denuncia dell’Unione Sindacale di Base: «La legge Bossi-Fini è il braccio armato di questa macelleria sociale. Pronti alla lotta».
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L’infamia invisibile che si consuma nell’ombra
Troppo spesso la società civile e le istituzioni preferiscono dimenticare, fingendo che il problema non esista o che sia confinato altrove. In questo lembo di Calabria, lo sfruttamento non ha l’impatto visivo e dirompente della tendopoli di San Ferdinando; si configura piuttosto come un’infamia invisibile, consumata metodicamente nell’ombra. I braccianti non si vedono quando, alle quattro o alle cinque del mattino, popolano i cigli delle strade nell’attesa silenziosa del furgone del caporale. E nessuno sembra volerli vedere quando vengono schiacciati da paghe da fame, ridotte ad appena 15 euro al giorno per turni estenuanti.
Quasi mai ci si ricorda che si tratta di lavoratori a cui viene negata ogni tutela fondamentale. La narrazione pubblica preferisce invece marchiarli sbrigativamente come «immigrati irregolari», accorgendosi della loro presenza solo quando occorre trovare un comodo capro espiatorio. Dalla percezione di insicurezza nei centri urbani alla cronica mancanza di occupazione locale, la colpa di ogni male sociale viene sistematicamente scaricata sulle spalle degli ultimi.
Da Amendolara al Veneto: una strage silenziosa
Le condizioni di vita di queste persone rimangono disumane sia in Calabria che nel resto d’Italia. Il lavoro nei campi è massacrante, il compenso è misero e l’indifferenza generale è pressoché totale. Una dinamica perversa che continua a mietere vittime: si moltiplicano i casi di braccianti uccisi, feriti o stroncati dalla fatica, per poi essere abbandonati sul ciglio della strada come oggetti fuori d’uso, privati persino del rispetto dovuto ai defunti.
I quattro braccianti di Amendolara sono vittime del medesimo sistema che, solo pochi giorni fa nel Vicentino, ha visto un altro lavoratore cadere da un albero ed essere scaricato agonizzante sull’asfalto dai propri datori di lavoro. Si tratta dei nomi più recenti di una strage silenziosa che si consuma nell’indifferenza collettiva. Se il caporalato prospera, la colpa non è di chi ne subisce la violenza, ma del modello economico e politico che lo legittima.
La denuncia del sindacato: le colpe strutturali e la legge Bossi-Fini
L’Unione Sindacale di Base (USB) della provincia di Cosenza punta il dito direttamente contro le scelte legislative degli ultimi decenni. Secondo l’organizzazione sindacale, questo massacro ha responsabili politici ben precisi ed è il risultato diretto delle norme italiane sulla migrazione. Dall’introduzione della legge Bossi-Fini in poi, passando per tutti i provvedimenti successivi che ne hanno ricalcato la logica restrittiva, lo Stato italiano ha scientemente scelto la strada della criminalizzazione dei migranti.
Legando indissolubilmente il permesso di soggiorno alla titolarità di un contratto di lavoro, la normativa non ha contrastato l’illegalità, ma l’ha programmaticamente prodotta. Migliaia di persone sono state private della propria dignità giuridica, respinte nell’invisibilità e trasformate in manodopera ricattabile per i datori di lavoro più spregiudicati. La legge Bossi-Fini e i decreti successivi si configurano così come il vero braccio armato del caporalato: riducendo i lavoratori alla condizione di «clandestini», tolgono loro ogni potere contrattuale e la possibilità stessa di denunciare gli aguzzini per il fondato timore dell’espulsione immediata dal territorio nazionale.
Un modello economico da scardinare
A questa trappola normativa si affiancano le colpe strutturali di un intero modello economico globalizzato. Il caporalato sopravvive perché consente l’arricchimento sul sangue e sul sudore di chi spacca la schiena nei campi ogni giorno. Esiste perché la storica questione della terra, a distanza di ottant’anni, non è mai stata risolta in modo strutturale, lasciando ampio spazio a nuove forme di latifondo e a una competizione spietata sui mercati internazionali che scarica i costi sull’ultimo anello della catena. Nel frattempo, la classe politica si volta dall’altra parte: una cecità opportunistica, dettata dal fatto che questi lavoratori non votano e non generano consenso elettorale.
Il sindacato ribadisce che la piaga dello sfruttamento non si ferma con leggi di facciata varate dagli stessi soggetti responsabili del sistema. L’unica via d’uscita è lo smantellamento completo dell’impalcatura normativa che criminalizza i migranti, restituendo dignità, permessi di soggiorno stabili e pieni diritti a tutti i lavoratori della terra.
«Come Unione Sindacale di Base non assisteremo in silenzio a questa macelleria sociale», conclude la nota della federazione provinciale di Cosenza. Di fronte all’ennesima strage e all’immobilità delle istituzioni, l’organizzazione dichiara l’immediato stato di mobilitazione: davanti alla gravità di questi eventi, la risposta della comunità dei lavoratori non può che essere la lotta e la piazza.






