L’editoriale di Matteo Lauria – Chi invoca il ritorno delle preferenze e denuncia la crisi dei partiti sostiene due tesi incompatibili tra loro – C’è una contraddizione che attraversa il dibattito sulla riforma elettorale e che merita di essere evidenziata. Da una parte c’è chi denuncia quotidianamente lo svuotamento dei partiti, la loro perdita di autorevolezza, l’assenza di una vera classe dirigente e la trasformazione della politica in una somma di personalismi. Dall’altra, le stesse persone chiedono il ritorno delle preferenze come strumento di selezione della rappresentanza. Le due cose, però, difficilmente possono stare insieme. Bisognerebbe innanzitutto domandarsi quando è iniziata la crisi dei partiti. Non è certo nata con i listini bloccati. La parabola discendente delle organizzazioni politiche comincia molto prima e coincide con una lunga stagione di personalizzazione della politica. Una stagione che trova uno spartiacque nel 1993, con l’introduzione dell’elezione diretta dei sindaci.
Da quel momento il baricentro della politica si sposta progressivamente dal partito alla persona. Non si vota più principalmente un progetto collettivo, ma un leader. Non conta più l’organizzazione che costruisce una proposta politica, ma il volto che la rappresenta. È l’inizio del leaderismo moderno, della politica costruita attorno all’individuo. Prima di allora il meccanismo era diverso. I cittadini sceglievano i partiti e i partiti, sulla base degli equilibri democraticamente determinati dal voto, individuavano i sindaci, i presidenti e le figure di governo. Si può discutere all’infinito sui limiti di quel sistema, ma una cosa è certa: i partiti erano il centro della decisione politica.
Con l’elezione diretta, invece, il sindaco è diventato il perno dell’intera amministrazione. In molti casi il partito si è trasformato in un semplice comitato elettorale al servizio del capo. Le decisioni si sono concentrate nelle mani di una sola persona. I consigli comunali hanno perso peso. Le strutture politiche si sono indebolite. La partecipazione interna è diventata spesso una formalità. È davvero un caso che la crisi dei partiti coincida con l’affermazione della politica personalistica? Chi sostiene il ritorno delle preferenze dovrebbe confrontarsi con questa domanda. Le preferenze, infatti, accentuano ulteriormente la competizione individuale. Ogni candidato costruisce il proprio consenso personale, la propria rete di relazioni, il proprio bacino elettorale. Il partito passa in secondo piano. Diventa un contenitore utile per raccogliere voti.
Eppure l’esperienza degli ultimi decenni non dimostra affatto che la centralità della persona abbia prodotto risultati migliori. Abbiamo avuto collegi uninominali. Abbiamo avuto candidati scelti direttamente dagli elettori. Abbiamo avuto parlamentari fortemente radicati nei territori. Ma i problemi sono rimasti. Nella Sibaritide, ad esempio, si è registrata una rappresentanza parlamentare numericamente significativa, come quella espressa dal Movimento 5 Stelle. Una presenza che, almeno sulla carta, avrebbe potuto incidere su questioni cruciali come la riapertura del Tribunale di Rossano. Eppure quel risultato non è arrivato.
La realtà è che i territori non si tutelano semplicemente eleggendo persone. Si tutelano costruendo organizzazioni politiche forti, capaci di elaborare strategie, programmi e visioni di lungo periodo. Per questo il dibattito sui listini bloccati meriterebbe meno slogan e più coerenza. Se si ritiene che i partiti debbano tornare a essere protagonisti della vita democratica, allora bisogna accettare che abbiano un ruolo nella selezione della classe dirigente. Se invece si vuole continuare a puntare tutto sulle preferenze e sui candidati-personaggio, allora si abbia il coraggio di ammettere che il partito diventa inevitabilmente un soggetto secondario. Le due strade non possono essere percorse contemporaneamente. La storia degli ultimi trent’anni lo dimostra con sufficiente chiarezza.
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