Editoriale | Rossano, dalla sua memoria ai dinosauri: il trionfo dell’effimero su una storia millenaria

L’editoriale di Luigi Fraia. Ci potrebbe essere qualcosa di profondamente simbolico nel vedere oggi il lungomare di Rossano popolato da dinosauri giganti, al di là della banale contrapposizione tra chi li considera belli e chi li considera brutti. Non perché vi sia qualcosa di sbagliato, in sé, nell’installare attrazioni dedicate ai bambini e alle famiglie, ma perché il contesto in cui tali installazioni si collocano cambia radicalmente il loro significato. Il problema non è l’intrattenimento, bensì la relazione tra ciò che viene esposto nello spazio pubblico e l’identità storica del luogo che lo ospita. Rossano è stata per secoli uno dei più importanti centri della civiltà bizantina, custode di una tradizione culturale di assoluto rilievo, con un patrimonio monumentale, archeologico e identitario che si è stratificato nei secoli. È una città che non ha bisogno di inventarsi un’identità, perché la possiede già in forma ricchissima e complessa. Eppure, oggi, passeggiando sul lungomare, ciò che colpisce immediatamente lo sguardo sono i dinosauri. Non una o due installazioni isolate, ma una presenza diffusa lungo ampi tratti del waterfront cittadino, tale da caratterizzarne l’immagine complessiva. Da qui nasce una domanda inevitabile: quale idea di città si sta costruendo attraverso queste scelte? La risposta, sul piano simbolico, appare problematica. I dinosauri non raccontano la storia della città, non ne valorizzano la memoria, non ne rafforzano l’identità. Potrebbero trovarsi in qualsiasi località balneare, in qualunque centro turistico della Calabria. Ed è proprio questo il punto centrale. Una città che possiede un’identità storica così forte dovrebbe avere come priorità la sua valorizzazione, non la sua sostituzione con elementi neutri e intercambiabili. Chi amministra sa che ogni scelta urbanistica è, inevitabilmente, una scelta culturale. I simboli collocati negli spazi pubblici non sono mai neutri: raccontano una visione del territorio e indicano ai cittadini quali valori si intendono promuovere. Nel frattempo continua a mancare un dibattito pubblico strutturato sulla vocazione del territorio. Quale modello di sviluppo si intende perseguire? Agricolo? Industriale? Turistico? Culturale? Oppure una sintesi equilibrata di queste dimensioni? Una città di queste dimensioni dovrebbe interrogarsi costantemente su tali questioni, perché da esse dipende la costruzione di una visione condivisa del futuro.

Molti osservatori potrebbero cogliere l’impressione di una strategia identitaria ancora non chiaramente definita. Ed è proprio da qui che nasce la necessità di una riflessione seria e approfondita. La questione dei dinosauri, in questo senso, non è una polemica estetica e sterile. Al contrario, dovrebbe rappresentare l’occasione per aprire una discussione sul modello di città che si intende costruire, anche coinvolgendo chi raramente interviene nel dibattito pubblico sulla costruzione dell’identità cittadina. Quando si sceglie di caratterizzare una parte significativa del lungomare, che ne costituisce il cuore simbolico e turistico, con elementi privi di connessione con la propria memoria storica, il rischio è quello di sostituire la storia con la spettacolarizzazione. È ben vero che i sostenitori dell’iniziativa potrebbero osservare che tali installazioni attraggono famiglie e bambini e contribuiscono ad animare il lungomare. Si tratta di una considerazione legittima.

Tuttavia, il punto non è l’utilità immediata dell’iniziativa, ma il significato identitario complessivo che essa trasmette. Il problema si inserisce in una tendenza più ampia. Negli ultimi anni la promozione del territorio sembra sempre più orientata all’evento, all’intrattenimento immediato, al richiamo temporaneo. Concerti, spettacoli, installazioni scenografiche. Tutto legittimo. Ma tutto effimero e spesso costoso. Cosa resta alla città il giorno dopo? Il palco viene smontato, le luci si spengono, il pubblico torna a casa. E il territorio rimane identico a prima, senza un’eredità strutturale, senza un rafforzamento identitario, senza un investimento duraturo. Anche la futura rimozione dei dinosauri potrebbe essere letta in questa prospettiva: la conclusione di un evento occasionale che rischia di diventare l’ennesima espressione di una logica fondata sull’effetto immediato e sulla ricerca del consenso istantaneo, priva di una reale progettualità di medio e lungo periodo. La costruzione dell’identità di un territorio, al contrario, non produce risultati immediati. Richiede programmazione, studio, investimenti, continuità, capacità di assumersi responsabilità e compiere scelte coraggiose. È però proprio la cultura a costruire identità stabili e sviluppo duraturo. Le città che crescono non sono quelle che inseguono la moda del momento, ma quelle che costruiscono una narrazione coerente di sé stesse. L’area urbana di Rossano possiede un patrimonio che molte città possono soltanto invidiare: la tradizione bizantina, la sua storia millenaria, il mare con le sue peculiarità, la memoria collettiva, figure storiche di rilievo e una stratificazione culturale unica, difficilmente replicabile altrove.

Di fronte a tutto questo, la percezione di un lungomare trasformato in spazio di intrattenimento scollegato dalla propria storia può legittimamente generare una riflessione che vuol essere costruttiva. Non perché l’intrattenimento sia sbagliato, ma perché appare sproporzionato rispetto alla ricchezza del contesto e rischia di rappresentare un’occasione mancata.Ma cosa c’entra tutto questo con il lungomare di Rossano? Chi assume decisioni di carattere pubblico sà certamente che il lungomare di Rossano, oggi parte del Comune di Corigliano-Rossano, non è uno spazio privo di storia. Al contrario, affonda le proprie radici in una lunga evoluzione che attraversa secoli di vicende economiche, militari e sociali. E’ patrimonio dei più, che la tradizione storica colloca nell’area di Sant’Angelo un importante punto di approdo che, nel corso dei secoli, ha svolto un ruolo significativo nei collegamenti marittimi della città. Il rapporto tra Rossano e il mare è quindi originario e strutturale. Nel XVI secolo, per fronteggiare le incursioni saracene, venne costruita la Torre Sant’Angelo, inserita nel sistema difensivo costiero del Regno di Napoli e destinata a funzioni militari e di controllo del traffico marittimo. Attorno ad essa si svilupparono attività commerciali, depositi e infrastrutture connesse agli scambi via mare. Nel tempo, l’area divenne punto di approdo per il piccolo cabotaggio e per numerose attività economiche costiere. Esiste dunque una storia ricca e stratificata che potrebbe essere valorizzata e raccontata attraverso progetti culturali coerenti con l’identità del territorio. Se si volesse, vi sarebbe molto da recuperare e promuovere come elemento distintivo di una realtà che potrebbe rappresentare uno dei principali poli costieri della fascia ionica calabrese. Questa lunga evoluzione storica dimostra chiaramente che il lungomare non è uno spazio neutro.

È un luogo stratificato, nel quale si intrecciano difesa, commercio, socialità e turismo. Proprio per questo la scelta dei simboli che vi vengono collocati potrebbe assumere un valore particolare. Se si pensa che– anche – il lungomare è il luogo attraverso cui la città si presenta all’esterno – specialmente ai turisti, che spesso vengono per la prima volta in città – allora ciò che vi viene esposto diventa inevitabilmente una dichiarazione di identità. Per questo è opportuno interrogarsi sul senso di un allestimento che, pur animando lo spazio pubblico, non dialoga con la memoria storica del luogo. In definitiva, la questione non riguarda i dinosauri in sé, ma ciò che essi rappresentano: la tensione tra identità e neutralità, tra memoria e spettacolo. Ogni comunità finisce inevitabilmente per riflettersi nelle scelte che compie e negli amministratori che elegge. Le città non vengono raccontate soltanto dai loro monumenti, ma anche dai simboli che decidono di esporre nello spazio pubblico. Per questo la questione dei dinosauri non riguarda semplicemente un allestimento estivo: riguarda il modo in cui Rossano sceglie di rappresentare sé stessa. Una città che custodisce beni patrimonio dell’umanità dall’Unesco, una tradizione millenaria e una straordinaria eredità culturale, e dei padri nobili, dovrebbe forse interrogarsi se il simbolo più visibile del proprio lungomare debba essere una scenografia avulsa o la propria storia. Rossano merita di essere ricordata per ciò che è stata e per ciò che è e dovra essere: una città dalla storia millenaria e dalla cultura straordinaria. Non per una scenografia priva di radici nel suo patrimonio identitario.

                                                                                                                    

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