Che Gemma di libro! Anita Garibaldi, Enrico Brizzi porta in libreria la ribelle vita dell’eroina dei due mondi

Una rubrica sui libri. Perché? In questo nostro tempo veloce e senza pause, rallentare è l’unica azione possibile per riappropriarci della nostra anima. E lo facciamo con Gemma, docente e grande appassionata di libri di Corigliano-Rossano, che ci aiuta con le sue letture a sgretolare qualche luogo comune del mondo culturale, raccontando in poche parole, ogni domenica, che cosa meriti almeno un’occhiata in libreria. Non perdiamoci i suoi consigli!

L’EROINA DEI DUE MONDI

Ho sentito la storia di Anita Garibaldi, la prima volta, da studentessa universitaria, in una casa del Pigneto, che a lungo ho considerato anche mia. Il best seller “Jack Frusciante è uscito dal gruppo”, che a settembre con un tour festeggerà i trent’anni, invece l’avevo letto da adolescente. Ogni volta che passo da Bologna ripenso alle pedalate del protagonista Alex, al rovesciamento dei comportamenti borghesi seguito alla lettura di “Due di due” di A. De Carlo (vivamente consigliato) e all’incontro con Aidi. Al chitarrista John Frusciante che, nel 1992, all’apice della popolarità, lascia inaspettatamente il gruppo dei Red Hot Chili Peppers.

Enrico Brizzi è da poco tornato in libreria con una di quelle storie ribelli che ama e sa raccontare, la breve ma intensa vita di Ana Maria de Jesus Ribeiro (“La leggenda di Anita”, Ponte alle Grazie). Lo scrittore emiliano ha ben scelto di concentrarsi sull’infanzia e l’adolescenza di Anita, nell’estremo sud del Brasile, e di lasciare “solo” le ultime cento pagine all’incontro che la incoronerà compagna e poi moglie di uno dei padri della nostra patria.

Nata a Merinohs nel 1821, Anita ha nel sangue indignazione per le ingiustizie e coraggio sin da ragazzina. Nel giorno in cui le arriva il ciclo mestruale spegne il sigaro in faccia a Ze Valdir, trafficante di schiavi e mercenario della casa imperiale portoghese, a cui, anni dopo, scaricherà in petto una pistola la sera in cui lui vorrà possederla carnalmente.

Dalla Francia arrivano gli echi del motto “Liberté, Égalité, Fraternité”, l’Uruguay proclama la Repubblica, anche nello stato di Santa Catarina si freme per la rivolta.

Anita è vivace e intelligente, ma non può studiare; sogna di diventare un “tropeiro” come suo padre Bento e suo zio Antonio; non ci sta a svolgere i soliti compiti riservati alle donne, non è «un’ochetta schizzinosa come le sorelle», non riconosce una virtù immacolata e un bel corredo come uniche armi. A quattordici, morto il padre, comincia ad essere additata come “pazza” perché cavalca «con i calzoni rimboccati sotto gli stivali e un fazzoletto a righe attorno al collo». Ottenuta una dispensa, suo zio la porta con sé sul Planalto insieme alla mandria; la giovane impara a recuperare i capi dispersi, a fiutare il vento e riconoscere le piste, a bivaccare sotto l’immensa volta stellata.

Sotto ricatto e per riportare a galla la famiglia, sposa il quarantaseienne Manuel Duarte, calzolaio e volontario degli imperiali. Lui la picchia spesso, lei si difende e lotta. Manca poco perché diventi vedova e staffetta dei libertadores.

 

Nel frattempo, il nizzardo Giuseppe Garibaldi, conosciuto Mazzini e condannato a morte, è giunto a Rio de Janeiro e partecipa alla rivoluzione dello stato di Rio Grande. Lo soccorre Anita, quando, persi quasi tutti gli uomini della sua lancia, chiede aiuto come naufrago. A Laguna viene proclamata la Repubblica e si inaugura una stagione felice per chi, prima suddito, si sveglia cittadino. Anita e José vivono insieme. Lui, animato da un fuoco interiore che è la sua bellezza e la sua dannazione al contempo, pensa al suo Paese, diviso tra sette signori asserviti a un imperatore straniero. Quando Anita scopre di essere incinta, deve lasciare Laguna ripresa dagli imperiali, sa che non vi tornerà più. Guida i superstiti sui sentieri della Serra do Mar; caduta prigioniera degli inseguitori, riesce a fuggire attraverso le colline infestate dai mandinka e si ricongiunge, attraversando il fiume Uruguay a nuoto, a José. Che non può che rimanere, come tutti noi, a bocca aperta. A pochi giorni dalla nascita di Menotti, la ritroviamo a scavalcare una finestra e correre per la foresta col figlio in braccio, per tre giorni e tre notti. Quando stanno per morire di fame, incide la coscia di una cavallina e si abbevera col sangue. La famigliola riunita va a vivere a Montevideo: lui ha quasi 33 anni lei va per i venti, si sposano, nascono Rosita (che muore a due anni), Teresita e Ricciotti. La quotidianità scorre troppo tranquilla. Quando i blancos stringono d’assedio la città, José si mette a capo della Legione Italiana delle camicie rosse. Sbaragliati i nemici, diventa un eroe.

Dopo sette anni, Montevideo va stretta ad Anita. Giunge a Genova con i tre figli nel 1848, poi sono ospiti della suocera a Nizza. Garibaldi ha usufruito di un’amnistia e si prepara a schierare la Legione Italiana accanto all’armata di Carlo Alberto, che finalmente è pronto a far guerra agli austriaci.

Suo marito aveva portato la rivoluzione in America, Anita ha ora l’opportunità di ricambiare battendosi per il popolo di lui: «Comunque fosse andata, sarebbe stato mille volte meglio che invecchiare un giorno alla volta a forza di bere mate e giocare a dama, cambiare pannolini e ritirare i figli davanti alla scuola». Ma lui, messosi al servizio della Repubblica Romana nel 1849, la lascia “in salamoia”; lei attraversa mezza Italia, fra confini sigillati e insurrezioni, e lo scova a Rieti. Lui ha imparato che le rivoluzioni si fanno col cuore ma vanno difese con la ragione; lei non ha attraversato l’oceano per fare la sarta dell’esercito. Intanto è di nuovo incinta e Luigi Napoleone Bonaparte si ricorda che deve proteggere il papa. Garibaldi la “rispedisce” a Nizza con l’inganno. Anita torna a Roma e, infine, scappano verso Venezia, la sola città dove ancora persiste la rivoluzione. Omaggi dalle donne le vengono resi, durante il viaggio, a Terni, Todi e Orvieto: «sentiva di poter diventare una vivente pietra di scandalo per le più prudenti e un esempio per tutte le altre». Rifugiati a San Marino e già malata, Anita riparte e muore di malaria, il 4 agosto 1849, su un pagliericcio a Mandriole (Ravenna), dopo aver raccomandato al marito di badare ai bambini e averlo assolto da ogni colpa.

Non è mai stata la sua ombra. Erano fatti della stessa pasta, avevano sempre rischiato la pelle per libertà e giustizia: la vita era una e non la si poteva sprecare nel rimpianto.

Colgo l’occasione per ribadire alla preziosa creatura cui è dedicata questa recensione la promessa che le ho fatto sedici anni fa, quando ancora la tenevo in braccio: CI SARÒ SEMPRE PER TE.

Gemma Guido 

PS. La bellissima illustrazione, ça va sans dire, è di Elisa.

Gemma Guido LIBRO

Che Gemma di libro! ~ ogni domenica su I&C

Gemma Acri Guido è nata a Cariati e cresciuta a Rossano. Ha poi cambiato casa e paese più volte di quelle in cui si è lasciata tagliare i capelli.
Dopo qualche anno nelle scuole del Cuneese, ora insegna Lettere al Liceo artistico di Ciampino. In precedenza è stata corrispondente de “Il Quotidiano della Calabria”, editor e correttrice di bozze. Le piace mangiare (anche se non si direbbe!), andare al cinema, viaggiare e camminare. Crede che i suoi genitori l’abbiano ormai perdonata per aver trasformato la loro casa in una biblioteca. E che l’ironia, i cani e la poesia salveranno il mondo. Oltre alla lettura, naturalmente!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Articoli correlati: