Antonio De Simone poteva essere ognuno di noi. Non è una frase fatta. È la realtà. Quella sera, su quella strada, poteva esserci chiunque. Un padre, un figlio, una compagna. Chiunque. Ma ci accorgiamo della gravità dei fatti solo quando un evento ci colpisce direttamente, purtroppo! Quel che è accaduto oggi restano i fatti: una persona morta, una donna su una sedia a rotelle, un animale ucciso. E una pena di due anni, senza carcere. È tutto regolare? Sì. È tutto giusto? È una domanda che non si può vietare. Perché il problema non è solo la sentenza. Il problema è quello che c’è stato prima. Una mancata autopsia. Passaggi che restano poco chiari. Accertamenti che lasciano dubbi. Eppure si chiude così. Allora il punto cambia. Non è più solo un fatto giudiziario. È un messaggio. Un messaggio che dice che si può arrivare a un risultato finale che non pesa fino in fondo quello che è successo. E questo, fuori dalle aule, viene visto. Viene capito. Pene lievi, i rapporti tra verdetti ridimensionati e fatto, abilitano all’irresponsabilità in strada, alla superficialità, all’idea che possano esserci degli intoccabili. È qui che inizia la responsabilità di tutti.
Perché ogni volta che leggiamo e passiamo oltre, ogni volta che non chiediamo spiegazioni, ogni volta che chi dovrebbe guidare il Paese abbassa l’attenzione, stiamo accettando questo livello. Non è un attacco ai giudici. È una domanda sul sistema. Un sistema che, se non viene migliorato, continua a produrre situazioni che lasciano aperte troppe domande. E il punto più duro è questo. Se non reagiamo, se non pretendiamo di più, stiamo dicendo che va bene così. Che una morte, una vita distrutta e tutto il resto possono finire in questo modo. Oggi è successo a loro. Domani può succedere a chiunque. Anche a noi. E fare finta che non ci riguardi è la forma più pericolosa di indifferenza.
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