Da sempre, nelle nostre comunità, c’è una tentazione ricorrente: celebrare chi va via e riesce altrove. Ogni volta che un concittadino conquista una cattedra prestigiosa, una poltrona in un consiglio d’amministrazione, un riconoscimento, scatta la macchina dell’orgoglio territoriale. Gli articoli si scrivono da soli: “uno dei nostri” ce l’ha fatta, “uno dei nostri” sventola alto il nome del paese d’origine. È una narrazione che dà sicurezza e autostima collettiva: se uno di noi emerge, allora non siamo condannati all’anonimato. Eppure, in questa abitudine, si nasconde un inganno. Perché il successo di qualcuno, se rimane ancorato solo alla sua biografia personale, non genera automaticamente ricadute sul territorio. Diventa cronaca da rotocalco: ci si compiace per il risultato, lo si trasforma in trofeo simbolico, e poi tutto finisce lì. È legittimo che ognuno insegua la propria strada, ma forse è superfluo trasformare ogni carriera personale in patrimonio collettivo senza chiederci cosa significhi davvero “patrimonio”.
La differenza è sottile ma decisiva. Una cosa è celebrare un percorso individuale, un’altra è capire se quel percorso porta un beneficio a chi resta. Ci sono personalità che, dopo aver consolidato una posizione altrove, scelgono di costruire ponti: organizzano iniziative, creano reti, mettono in circolo conoscenze e opportunità. In quei casi il successo non resta confinato a un curriculum, ma si traduce in carburante per il territorio d’origine. Al contrario, capita che il successo si esaurisca in un titolo, in una nomina o in un incarico di prestigio. A quel punto, la celebrazione diventa vuota retorica. Un titolo lontano non cambia la vita di chi qui cerca lavoro, non apre spazi a chi qui vuole fare impresa, non rafforza chi qui combatte battaglie culturali. Di recente ho preso parte a un evento in cui sono state premiate imprese del posto in cui sono intervento per ribadire l’importanza dell’omaggiare chi resta piuttosto che chi decide di lasciare.
Spesso, quando un nome del territorio ottiene un ruolo altrove, ci si illude che basti questo a generare un riflesso di prestigio. È come pensare che il successo di un calciatore nato in un piccolo paese renda automaticamente più forti i ragazzini che giocano a pallone nella piazza. Il prestigio non è contagioso per magia. È contagioso solo se si traduce in investimento, in attenzione, in pratiche condivise. C’è poi un rischio più sottile: che il continuo incensare chi parte finisca per alimentare un messaggio implicito, quasi velenoso. E cioè: se vuoi emergere, devi andare via. Se resti, sei destinato a contare poco. Un messaggio che mina le basi di ogni speranza di riscatto territoriale.
Ed eccoci al punto centrale: chi sceglie di restare, spesso paga lo scotto più duro. Restare significa misurarsi ogni giorno con la scarsità di risorse, con una burocrazia che soffoca, con dinamiche sociali che frenano invece di spingere. Significa fare i conti con una mentalità litigiosa, dove il successo altrui viene visto più come minaccia che come occasione di crescita comune. Un giovane imprenditore che resta e tenta di avviare una start-up spesso si scontra con mille ostacoli: accesso al credito complicato, mancanza di infrastrutture, poca fiducia da parte di chi dovrebbe sostenere. Un artista che sceglie di produrre qui le sue opere si trova davanti un pubblico limitato, istituzioni distratte, spazi culturali carenti. Un professionista che decide di investire le sue competenze nel territorio deve accettare che la sua carriera sarà più lenta, più faticosa, meno riconosciuta. Eppure, senza di loro, il territorio non cresce. Senza queste persone, non esiste innovazione, non esiste sviluppo, non esiste speranza di futuro. Il problema non è solo economico o infrastrutturale. È culturale. La nostra è una terra che fatica a fare squadra, che tende a dividersi in fazioni, che si logora in conflitti sterili. Lo spirito competitivo c’è, ma è spesso distruttivo: si misura non nella volontà di superarsi, ma nella voglia di ostacolare chi prova a fare un passo avanti. Questo clima avvelena i talenti che restano. Li costringe a sprecare energie in battaglie di retroguardia, in difese continue, in fatiche improprie. Li costringe a navigare in un contesto che premia la mediocrità compiacente più della qualità scomoda. E così, a poco a poco, molti cedono: o partono, o si rassegnano. La domanda da porsi è semplice: cosa possiamo fare perché restare non sia una condanna? Non basta lamentarsi della fuga dei cervelli, né alzare cori di orgoglio quando qualcuno spicca il volo lontano. Occorre cambiare cultura. Promuovere chi resta significa prima di tutto riconoscerne il valore. Dargli spazio sui giornali, nelle istituzioni, nei luoghi della decisione. Significa creare reti di sostegno, favorire sinergie, accompagnare i percorsi. Significa smettere di trattare il talento come una minaccia e iniziare a considerarlo come bene comune. Non è solo una questione di risorse, ma di mentalità. Perché anche con poche risorse si può costruire, se c’è volontà di cooperare. Al contrario, anche con finanziamenti abbondanti non si va lontano, se la logica dominante resta quella della divisione.
Per crescere, serve un cambio di paradigma. Non si tratta di smettere di celebrare chi ha successo altrove: sarebbe ingiusto e miope. Si tratta piuttosto di calibrare meglio le lenti. Un riconoscimento è autentico solo se porta benefici condivisi, se apre possibilità, se mette in circolo energie. Parallelamente, serve dare visibilità e dignità a chi resta. Raccontarne le storie, valorizzarne gli sforzi, premiare la coerenza di chi non abbandona il campo. Non per retorica provinciale, ma per giustizia sociale. Perché il vero motore del cambiamento non è il singolo che ce l’ha fatta altrove, ma la comunità che cresce insieme, giorno dopo giorno, grazie a chi qui investe, rischia, resiste. C’è un futuro possibile, ma dipende da noi. Possiamo continuare a raccontarci che basta un titolo prestigioso di un concittadino a farci sentire parte di un territorio vincente. Oppure possiamo scegliere di investire sul serio nelle persone che qui vivono e operano. Non è un percorso semplice. Richiede pazienza, coerenza, responsabilità diffusa. Ma è l’unico che può trasformare la nostra terra da vetrina per successi individuali a laboratorio di crescita collettiva. L’orgoglio per chi riesce fuori è comprensibile e non va demonizzato. Anzi: i primi passi in un contesto nuovo sono spesso i più duri. Ma una volta superato l’impatto iniziale, in terre dove i meccanismi funzionano, per molti talenti del Sud la carriera diventa una strada in discesa. Ma l’orgoglio più autentico dovrebbe nascere dal guardare negli occhi chi, restando, continua a seminare. Perché il vero successo non è un titolo conquistato altrove: è una comunità che cresce insieme.
Matteo Lauria – Direttore I&C
![]() |
![]() |
![]() |
![]() |






