Non è la prima volta che un derby locale finisce male, ma ogni volta che accade si abbassa di un altro gradino la dignità del calcio dilettantistico. Quello che dovrebbe essere il pallone delle famiglie, dei ragazzi, della passione pura, si trasforma in un’arena dove il tifo degenera in violenza. Stavolta la giustizia sportiva è intervenuta con l’inasprimento dei provvedimenti: Daspo per i tifosi della Rossanese coinvolti negli episodi del derby con il Trebisacce. Un segnale necessario, ma non sufficiente. La domanda vera è un’altra: chi ha gestito la sicurezza? Perché in altri derby la presenza delle forze dell’ordine era imponente, quasi militare, mentre domenica scorsa sembrava ridotta al minimo? Possibile che un gruppo di tifosi sia riuscito ad abbandonare la propria tribuna per dirigersi verso quella avversaria senza che nessuno lo fermasse? È lì che bisogna guardare: non solo all’effetto, ma alla causa. Un derby in una città come Rossano (ora Corigliano Rossano) non è una partita come le altre. È un evento che smuove identità, orgoglio, vecchie rivalità. Tutto questo è noto da anni. E allora perché non sono state predisposte misure adeguate? Non stiamo parlando di migliaia di persone, ma di numeri gestibili. Se con pochi si perde il controllo, che cosa accadrebbe davanti a una folla vera?
I due sindaci hanno espresso amarezza, ma non si sono soffermati abbastanza su un punto cruciale: la pianificazione. Un’amarezza istituzionale non basta. Servono risposte su come sia stato possibile che, in un contesto così prevedibile, la prevenzione sia mancata. Le forze dell’ordine, va detto, lavorano su più fronti e spesso con risorse ridotte. Ma proprio per questo serve una sinergia tra enti, società sportive e istituzioni locali. Una riunione preventiva, un piano di sicurezza, un controllo degli accessi: misure di buon senso, non straordinarie. Dieci punti di sutura sulla testa di una donna di cinquant’anni. E per cosa? Per una partita di dilettanti. È il simbolo di quanto in basso siamo scesi. Di come la passione sportiva, quando smette di essere gioco, diventa malattia sociale. Il calcio dilettantistico dovrebbe essere scuola di rispetto. Invece, sta diventando un teatro di risse e minacce. Se non si interviene sul piano educativo, la spirale continuerà. Le sanzioni servono, ma arrivano dopo. Lo Stato deve farsi vedere prima, per disciplinare chi non sa più darsi regole da solo. Serve un cambio di mentalità. L’educazione civica deve entrare negli stadi come è entrata nelle scuole. Ogni società sportiva dovrebbe sentirsi responsabile non solo del risultato sul campo, ma anche del comportamento dei propri tifosi. La giustizia sportiva punisce, ma non insegna. E qui, invece, bisogna insegnare: che la violenza è una sconfitta per tutti, che un derby vale novanta minuti, non una vita intera.
Matteo Lauria – Direttore I&C
![]() |
![]() |
![]() |





