Editoriale | Corigliano Rossano, l’involuzione che dovrebbe farci paura

È Ferragosto. È il giorno in cui tutti, legittimamente, vorremmo tenere la testa leggera. Il problema è che da queste parti la testa leggera rischiamo di volerla tenere tutto l’anno. E allora, proprio a Ferragosto, forse vale la pena dire qualcosa di scomodo.

Corigliano Rossano sta attraversando una fase di preoccupante involuzione culturale e civile. E non serve utilizzare parole difficili, sociologia da salotto o analisi per pochi addetti ai lavori. Basta leggere. Basta ascoltare. Basta osservare quello che accade quotidianamente, anche sui social, diventati ormai uno specchio impietoso della nostra comunità.

Forse, da questo punto di vista, i social ci hanno fatto persino un favore: hanno tolto il velo. Hanno portato allo scoperto ciò che prima rimaneva confinato nelle conversazioni private, nei bar, nelle comitive, nei piccoli recinti. Oggi vediamo con maggiore chiarezza quanto sia fragile il nostro tessuto sociale, quanto spesso il confronto pubblico guardi verso il basso anziché cercare di elevarsi. E questo deve preoccuparci.

Non per sentirci migliori degli altri. Lo dico con molta umiltà, soprattutto da chi opera nel mondo dell’informazione e ha quindi il dovere di interrogarsi anche sulle proprie responsabilità. Ma se non abbiamo il coraggio di riconoscere il problema, non cresceremo mai qualitativamente come comunità.

Le grandi agenzie educative sono sempre quelle: la scuola, la famiglia, il mondo della cultura, gli intellettuali, l’informazione, le istituzioni, la politica. Eppure qualcosa si è inceppato.

Abbiamo momenti culturali anche importanti, ma troppo spesso rimangono momenti di nicchia, frequentati e vissuti dai soliti pochi. Non riescono a contaminare positivamente la società. Non diventano educazione diffusa al senso civico, alla responsabilità, al rispetto dell’altro, alla capacità di confrontarsi. E così arriviamo al paradosso.

Accade una rissa a Schiavonea e se un giornale pubblica la notizia non si discute più del fatto, della violenza, delle sue cause, della sicurezza. No. Si arriva persino a sostenere che raccontare quella rissa significhi voler colpire Schiavonea per favorire Rossano. Capite a quale livello siamo arrivati?

Una notizia di cronaca viene trasformata in una contesa territoriale. Il fatto scompare. Resta il sospetto. Resta la contrapposizione. Resta quella vecchia e avvelenata logica per cui qualsiasi cosa debba essere letta attraverso l’appartenenza a una parte della città contro l’altra. Se dopo anni dalla nascita della città unica siamo ancora prigionieri di questi riflessi, dobbiamo avere il coraggio di ammettere che esiste un problema enorme. E la politica?

La politica dovrebbe preoccuparsi per prima di questa deriva. Dovrebbe contribuire ad alzare il livello del confronto pubblico, educare attraverso l’esempio, costruire cittadinanza. Invece troppo spesso accade l’esatto contrario: il basso livello del dibattito diventa terreno elettorale, un serbatoio di consenso da alimentare anziché un limite culturale da superare. Conviene dividere. Conviene assecondare. Conviene parlare alla pancia. Conviene trasformare ogni questione in tifoseria.

Perché elevare una comunità significa anche renderla più libera. E una comunità libera pretende risposte, verifica i fatti, chiede conto delle decisioni, non si accontenta dello slogan e non accetta il silenzio. Il problema, infatti, non è soltanto il linguaggio grezzo che troppo spesso domina i social. Il problema ancora più grave è l’omertà civile, la paura di esporsi quando le questioni diventano davvero importanti.

Prendiamo la vicenda dell’ex Tribunale di Rossano. Da tempo esiste una questione enorme che meriterebbe risposte pubbliche, documentate e inequivocabili sul ruolo avuto, nel percorso che portò alla chiusura, dalle informazioni e dalle rappresentazioni fornite alle istituzioni competenti. Esistono versioni e responsabilità che vanno chiarite fino in fondo. Quando emergono ricostruzioni incompatibili tra loro, il compito di una comunità adulta non è scegliere per simpatia chi abbia ragione: è pretendere documenti, verità e responsabilità.

Mi riferisco alla storia della capienza dell’attuale tribunale di Castrovillari, costruito nel 2000 per un bacino di 120 mila abitati, per poi ospitarne il doppio (accorpando Corigliano Rossano) e affermare che gli spazi sono oltremodo capienti. Per poi dire il contrario, una volta incassato l’accorpamento, e chiedere a carico della Stato 15 milioni di euro per l’ampliamento. Qualcuno ha mentito, ma nessuno si preoccupa di capire chi! Neanche la parte lesa! E pensare che la riapertura di  Corigliano Rossano sarebbe a costo zero per lo Stato, risparmiando di fatto quei 15 milioni!  E su questa vicenda quanti hanno il coraggio di esporsi? Quanti rappresentanti politici affrontano apertamente la questione? Quanti chiedono che ogni eventuale contraddizione venga chiarita? Quanti sono disposti ad andare fino in fondo, anche quando andare fino in fondo significa disturbare equilibri, rapporti e convenienze? È questo il punto.

Abbiamo paura delle questioni serie e diventiamo ferocissimi sulle sciocchezze. Silenziosi davanti ai poteri, spietati davanti a una tastiera. Ed è forse questa una delle fotografie più amare del nostro tempo. Poi c’è la vita reale, quella che dovrebbe scuoterci molto più di qualsiasi polemica social. Nei giorni scorsi si sarebbe verificato in pieno centro un episodio raccapricciante: un automobilista, dopo una vicenda legata a un sorpasso, sarebbe stato bloccato e aggredito violentemente. Schiaffi, pugni, sangue. Il tutto davanti alla famiglia dell’aggressore e a una bambina che piangeva. Se i fatti sono quelli raccontati, non siamo davanti soltanto a un episodio di cronaca. Siamo davanti a qualcosa che riguarda tutti noi.

Perché quando un sorpasso può diventare il pretesto per massacrare di botte una persona, quando la violenza diventa una risposta possibile a una banalissima controversia stradale, significa che si è abbassata pericolosamente la soglia che separa il conflitto dalla brutalità. E di questo bisognerebbe parlare. Non per criminalizzare Corigliano Rossano. Esattamente il contrario: per volerle bene davvero.

Voler bene a una città non significa raccontare soltanto le cose belle. Non significa nascondere la polvere sotto il tappeto per tutelarne l’immagine. Una comunità cresce quando possiede gli anticorpi per guardare anche ciò che non funziona e dirsi: questo non possiamo accettarlo.  

C’è un problema di senso civico. Saper discutere senza insultare. Accettare una notizia senza trasformarla in una guerra di campanile. Condannare una violenza senza cercare attenuanti di appartenenza. Chiedere conto alla politica senza diventare tifosi. Rispettare le istituzioni pretendendo, nello stesso tempo, trasparenza dalle istituzioni. Avere il coraggio di esporsi sulle questioni importanti. Considerare chi la pensa diversamente un interlocutore e non un nemico. Questa è cultura. E su questo terreno Corigliano Rossano deve interrogarsi seriamente.

Perché una città non diventa grande sommando due popolazioni, due territori, due storie e due apparati amministrativi. Diventa grande quando costruisce una coscienza collettiva all’altezza della propria dimensione. Possiamo realizzare opere, organizzare eventi, inaugurare strutture e riempire le piazze. Ma se contemporaneamente impoveriamo il linguaggio, il confronto, il senso civico e il coraggio delle idee, avremo costruito una città più grande sulla carta e una comunità più piccola dentro. Questo è il vero pericolo.

E il segnale d’allarme che arriva anche dal mondo dell’informazione non dovrebbe essere vissuto come un’accusa. Dovrebbe essere raccolto come un invito a guardarci allo specchio. Compreso chi scrive. Stiamo andando verso l’alto o verso il basso? È questa la domanda. Perché l’impressione, oggi, è che sia in corso un processo di involuzione preoccupantissimo. E continuare a ignorarlo significa renderlo normale. La violenza diventa normale. L’insulto diventa normale. Il campanilismo diventa normale. Il silenzio diventa normale. La paura di esporsi diventa normale. La mediocrità del dibattito diventa normale. Finché, un giorno, non ricorderemo più che una comunità potrebbe essere anche qualcosa di diverso.

È Ferragosto. Godiamoci il mare, le famiglie, gli amici, qualche ora di leggerezza. Ma da domani proviamo a rimettere un po’ di peso nelle parole, nelle responsabilità, nelle istituzioni, nella cultura e nelle nostre coscienze. Perché tenere la testa leggera a Ferragosto è sacrosanto. Tenerla leggera tutto l’anno, mentre una comunità scivola culturalmente verso il basso, può diventare molto pericoloso.

Trasparenza editoriale – L’Intelligenza Artificiale è utilizzata esclusivamente come supporto redazionale. La responsabilità dei contenuti è dell’autore e della Direzione responsabile.

Articoli correlati: