L’editoriale di Matteo Lauria – Due episodi gravi nel giro di pochi giorni. Due imprese colpite. Due segnali che non possono essere ignorati e che impongono ancora una volta una riflessione seria sulla sicurezza nell’Alto Ionio e nell’intera Sibaritide. Prima l’incendio che ha interessato alcuni mezzi dell’impresa riconducibile all’imprenditore Roberto Rugna. Poi, nelle ultime ore, il devastante rogo alla Sassone Tartufi di Montegiordano, con danni ingentissimi e un’attività imprenditoriale duramente colpita. Saranno naturalmente le indagini a stabilire origine, responsabilità ed eventuale matrice dei singoli episodi. Ma una cosa possiamo e dobbiamo dirla subito: la nostra testata esprime piena vicinanza agli imprenditori colpiti, alle loro famiglie e ai lavoratori delle aziende coinvolte. Chi investe, crea occupazione e decide di continuare a fare impresa in questo territorio non può sentirsi solo. Sono episodi che rafforzano ancora di più una convinzione che sostengo da tempo: Corigliano-Rossano e la Sibaritide hanno bisogno anche del supporto dell’Esercito Italiano nell’ambito delle possibilità previste dallo Stato e dell’operazione “Strade Sicure”.
Non perché l’Esercito possa risolvere da solo il problema della criminalità. Nessuna persona seria potrebbe sostenerlo. E neppure perché Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza non facciano il proprio dovere. Al contrario: proprio perché conosciamo l’enorme lavoro svolto quotidianamente dalle forze dell’ordine e la vastità del territorio che devono controllare, ritengo necessario mettere a loro disposizione ulteriori uomini e strumenti.
La cronaca continua a raccontarci di incendi, intimidazioni, risse, pestaggi, accoltellamenti e altri episodi di violenza. E ciò che finisce sui giornali non rappresenta necessariamente la totalità di quello che accade. Le regole sulla comunicazione delle indagini e sulla presunzione di innocenza hanno reso più rigoroso il passaggio delle informazioni dagli uffici investigativi verso l’esterno. Di conseguenza, utilizzare esclusivamente il numero delle notizie pubblicate per misurare la sicurezza di un territorio rischia di restituire una fotografia incompleta.
Eppure, quando a Corigliano-Rossano si pronuncia la parola Esercito, qualcuno continua a rispondere parlando di “militarizzazione”. È questo che non riesco a comprendere. L’Esercito opera già nell’ambito di “Strade Sicure” in Calabria. La sua presenza non trasforma automaticamente una città in un territorio militarizzato. I militari possono essere utilizzati per presidiare obiettivi sensibili e svolgere compiti di vigilanza, consentendo alle forze di polizia di concentrare maggiormente uomini e mezzi sul controllo del territorio.
Io immagino per Corigliano-Rossano e per la Sibaritide soprattutto una presenza itinerante.
Vedere pattuglie dell’Esercito percorrere le nostre strade, naturalmente secondo modalità, luoghi e necessità stabiliti dalle autorità competenti, non rappresenterebbe un’immagine di debolezza. Rappresenterebbe un’immagine dello Stato presente. E la presenza visibile dello Stato ha anche una funzione di deterrenza. Non fermerà ogni incendio. Non impedirà ogni rissa. Non sconfiggerà la ‘ndrangheta. Ma può contribuire a ridurre occasioni e rischi, aumentare i controlli e, soprattutto, liberare risorse delle forze dell’ordine per altri servizi investigativi e di prevenzione. Dunque perché ciò che viene considerato normale in altre realtà calabresi dovrebbe diventare “militarizzazione” soltanto quando viene proposto per Corigliano-Rossano? Aggiungo: l’Esercito è già presente nei cantieri della 106 nel tratto Roseto – Sibari, e la presenza ha di molto attenuato il numero degli atti intimidatori!
C’è un’area politica che si ostina a parlare di militarizzazione! È una contraddizione che la politica locale dovrebbe superare. La questione, inoltre, non riguarda soltanto Corigliano-Rossano. Dobbiamo ragionare in termini di Sibaritide e Alto Ionio nella loro interezza, da Cassano e Sibari fino ai comuni dell’Alto Ionio. Criminalità e sicurezza non conoscono confini comunali. Questo territorio ospita inoltre grandi investimenti e cantieri strategici. Proteggerli dalle possibili pressioni della criminalità organizzata significa difendere denaro pubblico, imprese sane, lavoratori e sviluppo. Ed è proprio qui che l’Esercito può rappresentare uno strumento aggiuntivo, non sostitutivo.
Bisogna anche evitare un equivoco: chiedere l’Esercito non significa sostenere che Corigliano-Rossano sia una città fuori controllo. Significa riconoscere che prevenire è preferibile a intervenire dopo. Preferisco vedere una pattuglia in più oggi piuttosto che raccontare domani l’ennesima attività distrutta dalle fiamme. Preferisco uno Stato che mostri la propria presenza prima che un imprenditore venga intimidito, piuttosto che uno Stato costretto ad arrivare dopo per contare i danni. E soprattutto credo che sicurezza, sanità, giustizia e lavoro debbano uscire definitivamente dallo scontro tra maggioranza e opposizione.
Su questi temi la politica di Corigliano-Rossano dovrebbe trovare la capacità di presentarsi unita davanti al Prefetto, alla Regione e al Governo. Non dobbiamo scegliere tra più forze dell’ordine o Esercito. Possiamo chiedere entrambe le cose. Perché l’Esercito non è un corpo estraneo alle nostre comunità. È una componente dello Stato italiano. E se la sua presenza può contribuire anche soltanto ad aumentare la deterrenza, rafforzare i controlli e restituire maggiore tranquillità a chi vive e lavora nella Sibaritide, allora credo che sia arrivato il momento di discuterne senza slogan e senza agitare lo spettro della “militarizzazione”. Dopo gli ultimi episodi, la mia convinzione è ancora più forte: la Sibaritide non ha bisogno di meno Stato. Ha bisogno di più Stato. E, se necessario, anche dei suoi militari.
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