L’editoriale di Matteo Lauria – Ogni femminicidio viene seguito da domande, condanne e proposte per aumentare le pene. È una reazione necessaria, ma arriva quando una donna è già stata uccisa. Se l’attenzione resta concentrata soltanto sul delitto e sul suo autore, continueremo ad affrontare l’effetto senza intervenire sulle cause.
La repressione è indispensabile: chi commette violenza deve essere fermato e giudicato. Tuttavia, l’inasprimento delle pene non può rappresentare l’unica risposta. La pena interviene dopo il reato e difficilmente costituisce un deterrente per chi agisce in uno stato di ossessione, perdita di controllo o volontà di dominio.
La prevenzione deve cominciare molto prima, quando nella relazione compaiono gelosia esasperata, controllo, isolamento, umiliazioni, ricatti, minacce e incapacità di accettare una separazione. Segnali spesso scambiati per manifestazioni d’amore o considerati questioni private, finché non si trasformano in aggressioni.
Entrare nelle dinamiche della coppia non significa invadere arbitrariamente la vita privata, né cercare responsabilità nella vittima. Significa riconoscere le situazioni di rischio, comprendere i meccanismi che alimentano la violenza e individuare uno spazio d’intervento prima che sia troppo tardi. Nessun litigio, comportamento o conflitto può giustificare un’aggressione: la responsabilità appartiene sempre a chi sceglie di esercitare violenza.
Occorre studiare anche i fattori psicologici presenti in alcuni autori: bisogno patologico di controllo, dipendenza affettiva, paura dell’abbandono, incapacità di gestire il rifiuto e concezione possessiva della relazione. Si parla spesso di narcisismo, ma il termine non deve diventare un’etichetta generica o una diagnosi formulata senza competenza. Non tutte le persone con tratti narcisistici sono violente. Alcune forme patologiche, unite alla volontà di dominio e all’incapacità di accettare la libertà dell’altra persona, possono però contribuire a creare relazioni pericolose.
Anche le circostanze che precedono l’esplosione della violenza devono essere analizzate. Non per trasformarle in attenuanti o indicare presunte provocazioni della vittima, ma per capire quando il rischio aumenta: una separazione annunciata, una denuncia, una nuova relazione, la perdita del controllo economico o il rifiuto di tornare insieme. Sono momenti nei quali la protezione deve diventare più rapida e concreta.
Forze dell’ordine, servizi sociali, strutture sanitarie, scuole e centri antiviolenza devono poter condividere procedure e indicatori di rischio. Una denuncia non può essere trattata come un episodio isolato: deve essere collegata a eventuali minacce, pedinamenti, violazioni dei divieti e precedenti aggressioni. Servono personale formato, valutazioni tempestive e strumenti di protezione realmente applicabili.
È necessario lavorare anche con gli uomini che manifestano comportamenti aggressivi o persecutori. I percorsi psicologici specializzati non sostituiscono le sanzioni, ma possono impedire che controllo e ossessione degenerino. Chiedere aiuto prima di commettere violenza deve diventare possibile, accessibile e socialmente riconoscibile.
La sensibilizzazione deve attraversare tutte le età. Nelle scuole occorre educare al rispetto, al consenso e alla gestione del rifiuto. Tra gli adulti bisogna contrastare l’idea che il partner sia una proprietà. Per le persone anziane servono iniziative capaci di raggiungere contesti nei quali dipendenza economica, isolamento e modelli culturali radicati possono rendere la violenza meno visibile.
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