Editoriale | Fusione calcistica a Cosenza, a Corigliano Rossano pettiniamo le bambole

L’editoriale di Matteo Lauria – Non avrei voluto più tornarci perché credo non siano culturalmente maturi i tempi, ma dopo aver appreso che a Cosenza si lavora per una fusione calcistica Cosenza-Rende, seppure per difficoltà societarie e senza che vi sia una fusione amministrativa, l’emotività mi spinge a tornare sull’argomento. Anche per la prossima stagione Corigliano Rossano sarà rappresentata nei campionati di eccellenza, promozione e prima categoria, e tutto questo perché ci si divide su colori, sciarpe e campanili. Mesi fa avevamo lanciato una proposta tanto semplice quanto lungimirante: avviare un percorso di fusione calcistica tra le due principali realtà cittadine, Rossanese e Corigliano. Una proposta che non mirava a cancellare identità, storie o tradizioni. Nessuno ha mai chiesto di eliminare la Rossanese o il Corigliano. Quelle identità possono e devono continuare a vivere. Ma, parallelamente, occorre costruire una società capace di rappresentare l’intera città nata dalla fusione amministrativa del 2018.

La fusione comunale non è stata una scelta romantica. È stata uno strumento reso necessario dalla realtà. Quando due territori, da soli, non riescono più a garantire sviluppo e competitività, si uniscono. Non per rinunciare a qualcosa, ma per acquisire una forza che separatamente non avrebbero mai avuto. È esattamente lo stesso principio che dovrebbe guidare il calcio cittadino.

Una società unitaria avrebbe una capacità economica infinitamente superiore, una maggiore attrattività verso sponsor e investitori, un bacino di tifosi più ampio e la possibilità di programmare, finalmente, l’approdo nei campionati professionistici. Non sarebbe soltanto una vittoria sportiva. Significherebbe turismo sportivo, visibilità nazionale, opportunità occupazionali, investimenti, crescita dell’indotto commerciale e un’immagine completamente diversa per Corigliano-Rossano.

Invece cosa è accaduto? A questa proposta si è replicato con il silenzio assoluto da parte dell’amministrazione comunale. Nessuna riflessione, nessuna iniziativa, nessun tavolo di confronto. Dall’altra parte, l’ostilità di una parte delle tifoserie, ancora ancorate a logiche che appartengono a un’altra epoca. Il risultato è sotto gli occhi di tutti.

La Rossanese continuerà a disputare il campionato di Eccellenza regionale. Il Corigliano quello di Promozione regionale. Ancora una stagione nel dilettantismo, ancora una stagione in cui una delle città più popolose della Calabria resterà fuori dal calcio che conta. Eppure, se si fosse ragionato per tempo, con visione e coraggio, probabilmente oggi si sarebbero già create le condizioni per candidarsi a eventuali ripescaggi nei campionati professionistici. Una società più solida, più strutturata e con maggiori garanzie economiche avrebbe avuto tutt’altro peso. Ma la lungimiranza, purtroppo, continua a essere la grande assente. La cosa più paradossale, però, arriva da Cosenza.

Mentre nello Ionio si continua a difendere una separazione che produce soltanto precarietà, nel capoluogo bruzio si discute apertamente della possibilità di costruire una squadra espressione dell’area urbana Cosenza-Rende, in prospettiva della futura città metropolitana. E questo accade nonostante il Cosenza abbia già una squadra professionistica, con tutti i problemi del momento, ma comunque presente nel calcio nazionale. Loro guardano avanti pur avendo già ciò che noi sogniamo. Noi, invece, restiamo fermi pur non avendolo mai avuto. È la dimostrazione plastica di una differenza culturale che continua a separare l’area Bruzia dallo Ionio. Cosenza, ancora una volta, arriva prima. Comprende che il futuro si costruisce mettendo insieme energie, risorse e progettualità. Corigliano-Rossano, invece, continua ad avvitarsi in una sterile contrapposizione tra ex città, come se una sciarpa potesse valere più dello sviluppo di un intero territorio.

La verità è che non si tratta di scegliere tra Rossanese e Corigliano. Si tratta di scegliere tra restare piccoli o diventare grandi. Finché continueremo a preferire il campanile al progetto, continueremo a raccontare la stessa storia: due squadre, due identità, due tifoserie… e nessuna prospettiva.

 

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