L’intervento dell’avv. Luigi Fraia – L’altra settimana sono stato ospite di un interessante convegno. A un certo punto mi è stata posta una domanda apparentemente semplice, ma in realtà tutt’altro che banale: la politica italiana è peggiorata negli ultimi anni? E, se sì, perché? Ho risposto d’istinto, ma più ci penso e più ritengo che quella risposta meriti di essere condivisa con una platea molto più ampia. Il problema, a mio avviso, non è soltanto che la politica sia peggiorata. Il problema più profondo è che, negli ultimi anni, è passata l’idea che per fare politica non sia più necessaria una particolare preparazione, un’esperienza, una competenza o una conoscenza della macchina dello Stato. Un tempo, per arrivare ai vertici della politica, si percorreva – con tutti i difetti del sistema – un cammino fatto di militanza, amministrazione, esperienza, confronto, studio e responsabilità.
Oggi sembra invece essersi affermata una concezione diversa: chiunque può fare tutto. Non soltanto il consigliere comunale senza esperienza può improvvisamente trovarsi a ricoprire incarichi di grande responsabilità. Si può diventare deputato, sottosegretario, ministro e persino Presidente del Consiglio senza avere mai avuto, prima, una reale esperienza amministrativa o di governo. Non è una questione di titoli di studio. E nemmeno di appartenenza politica. È una questione di competenza e di esperienza.
Perché governare un Comune non è come amministrare una pagina Facebook. Governare un Ministero non è come fare un comizio. Gestire il bilancio dello Stato non è come distribuire promesse. E soprattutto, i soldi pubblici non sono soldi di nessuno: sono i soldi dei cittadini. Il problema nasce quando il consenso sostituisce la competenza
Quando la selezione della classe dirigente avviene sulla base della fedeltà, dell’amicizia, della capacità di comunicare o semplicemente perché “serve qualcuno” da proporre agli alleati, il rischio è che a decidere sulle questioni più importanti del Paese arrivino persone che non hanno mai avuto la possibilità – né talvolta la necessità – di confrontarsi con la complessità delle decisioni che sono chiamate ad assumere.
E allora accade qualcosa di pericoloso. Si fanno provvedimenti che possono essere molto popolari nell’immediato, ma devastanti nel medio e lungo periodo. Si distribuiscono risorse. Si promettono bonus. Si inventano incentivi. Si concedono agevolazioni. E spesso nessuno sembra preoccuparsi abbastanza di una domanda semplicissima: chi pagherà tutto questo? La risposta, prima o poi, arriva sempre. La paga il contribuente. La paga chi lavora. La paga chi produce. La paga il pensionato. La paga il giovane che oggi non ha ancora iniziato a lavorare ma che domani si troverà a finanziare il debito accumulato prima di lui. Prendiamo il Reddito di cittadinanza.
Non voglio negare che in Italia esista un problema reale di povertà e che uno Stato civile debba aiutare chi è veramente in difficoltà. Ma una politica seria di contrasto alla povertà deve essere costruita in modo tale da proteggere chi non può lavorare e accompagnare al lavoro chi invece può lavorare. Il bilancio ufficiale della misura, nel periodo aprile 2019-dicembre 2023, parla di circa 2,4 milioni di nuclei familiari e 5,3 milioni di persone che hanno percepito almeno una mensilità di Reddito o Pensione di cittadinanza. La spesa pubblica impegnata è stata superiore a 34 miliardi di euro. Sono numeri enormi. E il punto non è sostenere che quei 34 miliardi siano stati tutti “sprecati”. Sarebbe una semplificazione.
La stessa relazione ufficiale sulla valutazione della misura riconosce che il Reddito di cittadinanza ha prodotto effetti positivi sulla povertà, soprattutto durante la pandemia. Ma evidenzia anche criticità molto importanti: una parte consistente delle famiglie povere non è stata raggiunta dalla misura e una quota significativa dei beneficiari non risultava in condizioni di povertà assoluta secondo i criteri utilizzati dall’Istat.
Ecco dunque il vero problema: non basta spendere. Bisogna spendere bene. E poi arrivò il Superbonus. Ma se il Reddito di cittadinanza rappresenta un esempio della difficoltà di costruire una politica assistenziale realmente selettiva ed efficace, il Superbonus rappresenta forse l’esempio più clamoroso di come una scelta politica possa trasformarsi, nel tempo, in un gigantesco problema di finanza pubblica. L’idea iniziale poteva anche essere condivisibile: migliorare l’efficienza energetica degli edifici, ridurre i consumi, favorire la riqualificazione del patrimonio immobiliare e sostenere l’economia dopo la pandemia.
Il problema è stato il modo in cui l’obiettivo è stato perseguito. Il 110%, insieme alla possibilità di cessione del credito e allo sconto in fattura, ha creato un meccanismo nel quale il beneficiario poteva percepire il costo dell’intervento come sostanzialmente scollegato dal proprio esborso diretto. E quando chi acquista non paga realmente il prezzo, inevitabilmente diminuisce l’incentivo a chiedersi quanto quel prezzo sia ragionevole.
Il risultato è stato un’esplosione della spesa. Le stime più aggiornate, pare portano il costo complessivo del Superbonus a circa 174 miliardi di euro, una cifra che si avvicina all’intero ordine di grandezza delle risorse del PNRR italiano. E qui arriva il dato che dovrebbe far riflettere più di qualsiasi polemica politica. Abbiamo speso una fortuna. Ma quanto abbiamo ottenuto? Il 14 luglio 2026 Eurostat ha pubblicato un dato difficilmente ignorabile.
Nel 2025, nell’Unione europea, il 23,9% della popolazione viveva in un’abitazione nella quale era stata realizzata, negli ultimi cinque anni, almeno una miglioria finalizzata all’efficienza energetica. In Italia la percentuale era appena del 2,6%. Il confronto è impressionante: 60,5% nei Paesi Bassi, 34% in Danimarca, 33,3% in Francia e 33,3% in Slovenia. L’Italia è risultata il Paese con la percentuale più bassa dell’intera Unione europea. E allora la domanda diventa inevitabile:
come è possibile che uno dei più costosi programmi di incentivazione edilizia mai realizzati abbia prodotto un risultato così modesto rispetto al resto d’Europa? La Corte dei conti europea, nel rapporto pubblicato nel luglio 2026, ha aggiunto un’altra considerazione pesantissima: nel caso italiano il costo stimato per ottenere un risparmio di un solo kWh è stato di quasi 10 euro, facendo del Superbonus la misura meno conveniente tra quelle analizzate sotto il profilo del rapporto costi-benefici.
La stessa analisi richiama inoltre le valutazioni secondo cui circa il 27% degli interventi avrebbe potuto essere realizzato anche senza l’incentivo pubblico: il cosiddetto deadweight effect, cioè risorse pubbliche destinate anche a lavori che sarebbero stati comunque effettuati. Naturalmente, sarebbe intellettualmente scorretto sostenere che il Superbonus non abbia prodotto alcun effetto positivo. Ha sostenuto il settore delle costruzioni, ha generato occupazione e investimenti e ha consentito la riqualificazione di numerosi immobili. Ma questa non è la domanda decisiva.
La domanda è: quanto ci è costato ogni risultato ottenuto? Perché se per ottenere un determinato risultato spendo dieci, quando avrei potuto ottenere lo stesso risultato spendendo tre, non posso limitarmi a dire che “la misura ha funzionato”. Devo anche chiedermi se abbia funzionato bene. E intanto il contribuente continua a pagare È qui che la questione dei bonus si collega alla questione fiscale. Perché lo Stato non dispone di una macchina per stampare ricchezza.
Ogni euro che lo Stato spende deve provenire, direttamente o indirettamente, dall’economia reale. E quindi, alla fine, arriva il momento nel quale qualcuno deve pagare. E quel qualcuno è il contribuente. Un lavoratore dipendente che supera i 50.000 euro di reddito lordo annuo entra nello scaglione IRPEF marginale del 43% per la parte di reddito che supera la relativa soglia, oltre ai contributi previdenziali e alle addizionali regionali e comunali.
Non significa, naturalmente, che sull’intero reddito di 50.000 euro venga applicato il 43%. Sarebbe fiscalmente inesatto. Ma il problema rimane. La pressione fiscale sul lavoro continua a essere troppo pesante per una parte importante del ceto medio. E qui bisogna avere il coraggio di dirlo: 50.000 euro lordi all’anno possono sembrare molti guardando soltanto il numero. Ma proviamo a trasformare quel numero in una famiglia reale. Un solo reddito. Due figli. Una casa. Un mutuo o un affitto. Le utenze. L’automobile. Le spese scolastiche. La sanità. E magari, domani, l’università dei figli.
A quel punto quei 50.000 euro raccontano una storia completamente diversa. Non quella del ricco. Quella di una famiglia del ceto medio che rischia di non riuscire più a costruire il futuro dei propri figli. È qui che si è rotto l’ascensore sociale Ed è forse questo il problema più grave di tutti. Per decenni l’Italia ha avuto un’idea semplice, quasi elementare, di progresso sociale: se studiavi, lavoravi, risparmiavi e facevi sacrifici, potevi migliorare la condizione della tua famiglia. Un padre e una madre potevano dire ai propri figli: “Noi non abbiamo avuto molto, ma lavorando e sacrificandoci riusciremo a darvi qualcosa in più”. Potevano mandarli all’università. Potevano aiutarli a diventare professionisti. Potevano consentire loro di salire un gradino della scala sociale. Questo era l’ascensore sociale. Oggi quell’ascensore sembra essersi fermato.
E quando una famiglia che lavora non riesce più a garantire ai propri figli le opportunità che una generazione precedente considerava raggiungibili, qualcosa nel sistema economico e sociale si è spezzato. È questo che dovrebbe preoccuparci molto più dei sondaggi elettorali. Perché contemporaneamente abbiamo milioni di persone in povertà e una fascia crescente di working poor, persone che lavorano ma che, nonostante il lavoro, arrivano alla fine del mese con enorme difficoltà. E davanti a questo scenario, quale dovrebbe essere la risposta della politica? Non necessariamente un altro bonus. Non necessariamente un altro sussidio. Non necessariamente un’altra promessa. Il vero regalo che la politica dovrebbe fare agli italiani Il vero regalo che la politica dovrebbe fare agli italiani sarebbe molto più semplice e molto più difficile: lasciare più soldi a chi lavora.
Ridurre realmente la pressione fiscale sul lavoro. Rendere conveniente lavorare. Premiare chi produce. Favorire chi assume. Consentire a una famiglia monoreddito o a una famiglia con due redditi normali di poter progettare il futuro. E soprattutto ricostruire quella certezza che un tempo sembrava naturale: se mi impegno, se lavoro e se faccio sacrifici, mio figlio potrà stare meglio di me. Questo dovrebbe essere il cuore di qualsiasi politica economica seria. Non distribuire denaro per ottenere consenso. Ma creare le condizioni perché il cittadino possa guadagnare quel denaro attraverso il proprio lavoro. Il conto, prima o poi, arriva
Il problema è che dopo anni di spesa pubblica straordinaria, debito, incentivi e misure emergenziali, lo spazio di manovra dello Stato diventa inevitabilmente più stretto. E quando le casse pubbliche hanno bisogno di essere rimesse in ordine, le strade sono poche: aumentare le entrate, ridurre la spesa, crescere di più oppure fare una combinazione di tutte queste cose. Per questo non possiamo considerare fantascientifico il timore che, prima o poi, agli italiani venga chiesto un nuovo sacrificio. Potrebbe chiamarsi patrimoniale. Potrebbe essere un aumento delle imposte. Potrebbe essere un nuovo prelievo. Potrebbe assumere una forma diversa, più sofisticata e meno immediatamente riconoscibile. Non so quale sarà. Ma una cosa è certa: i debiti dello Stato non scompaiono.
Prima o poi qualcuno li paga. E sarebbe davvero paradossale che a pagare il conto di politiche pubbliche troppo generose fossero proprio quelle persone che, mentre altri ricevevano bonus e incentivi, continuavano semplicemente a lavorare, pagare le tasse e fare sacrifici. Il problema, dunque, non è soltanto quanto spendiamo Ed è qui che torno alla domanda che mi è stata posta al convegno. La politica italiana è peggiorata? Io credo che il problema sia più profondo. È peggiorato il modo in cui selezioniamo chi deve decidere.
Abbiamo progressivamente accettato l’idea che governare sia un’attività alla portata di chiunque. Che la competenza possa essere sostituita dalla comunicazione. Che l’esperienza possa essere sostituita dalla fedeltà. Che la programmazione possa essere sostituita dall’annuncio. Che il consenso di oggi possa giustificare il costo di domani. Ma governare significa esattamente il contrario. Significa dire anche dei “no”. Significa sapere che ogni “sì” ha un costo. Significa comprendere che dietro ogni miliardo stanziato ci sono milioni di cittadini che quel miliardo dovranno finanziare. Significa avere il coraggio di spiegare agli elettori non soltanto che cosa si vuole dare, ma soprattutto quanto costerà e chi lo pagherà. Forse, allora, il problema non è che tutti possano fare politica. La democrazia deve consentire a tutti di poterlo fare. Il problema è un altro: non tutti dovrebbero poter governare senza prima dimostrare di essere capaci di farlo. Perché un conto è chiedere il voto. Un altro è amministrare il futuro di sessanta milioni di persone, o quello di 80.000 abitanti del nostro Comune. E quando questa differenza viene dimenticata, prima o poi arriva il conto. E il conto, in Italia, lo pagano sempre gli italiani.
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