L’editoriale di Matteo Lauria – In Calabria l’identità viene celebrata più di quanto venga praticata. La parola compare nei discorsi pubblici, nei programmi politici e nelle manifestazioni, ma spesso si riduce alla promozione di pochi prodotti enogastronomici. Una denominazione, una ricetta o una festa tradizionale diventano così la prova sufficiente di un legame con il territorio. Non lo sono.
A Corigliano-Rossano questa contraddizione è evidente. Si parla continuamente delle radici rossanesi e coriglianesi, ma nello spazio pubblico sono sempre più rari i segni capaci di raccontarle. Molti esercizi commerciali portano il nome del titolare oppure scelgono termini inglesi, spesso intercambiabili con quelli di qualsiasi altra città. Nelle insegne, nelle piazze e nelle strade resta poco della lingua, della storia e dell’immaginario locale.
L’inglese domina non perché ogni parola straniera rappresenti una minaccia, ma perché viene considerato automaticamente più moderno, elegante o vendibile. Il risultato è un’omologazione che cancella le differenze, mentre la politica continua a pronunciare la parola “identità”. Se ogni luogo adotta gli stessi nomi, gli stessi modelli commerciali e lo stesso linguaggio, il territorio finisce per perdere riconoscibilità.
Difendere l’identità dovrebbe significare compiere scelte concrete. Si potrebbe partire dai nomi dei negozi, dalla toponomastica, dalle piazze e dai luoghi pubblici, recuperando personaggi, avvenimenti e richiami dialettali della tradizione rossanese e coriglianese. Non per costruire un museo del passato, ma per rendere visibile una storia che rischia di scomparire dalla vita quotidiana.
Lo stesso vale per il chilometro zero. Da anni viene presentato come modello economico e culturale, ma continua a incontrare ostacoli. Le produzioni locali faticano a conquistare uno spazio stabile nei mercati, nei ristoranti e nella distribuzione. Le ragioni sono anche speculative: spesso conviene acquistare altrove, comprimere i prezzi o utilizzare il territorio soltanto come richiamo pubblicitario. Il prodotto calabrese viene celebrato nelle occasioni ufficiali, ma non sempre sostenuto nelle scelte economiche quotidiane.
A livello mediatico, intanto, la Calabria sembra ormai identificata quasi esclusivamente con la ’nduja. Artisti, cantanti e personaggi dello spettacolo che arrivano nella regione durante l’estate finiscono spesso per ripetere la stessa associazione: ’nduja uguale Calabria. È certamente un prodotto importante e riconoscibile, ma non può rappresentare da solo la varietà culturale, agricola e produttiva di un’intera regione.
Il resto della narrazione si ferma quasi sempre al bergamotto e alle clementine. Oltre questi tre prodotti, la politica del patrimonio identitario sembra esaurirsi. Rimangono ai margini molte produzioni, tradizioni, espressioni linguistiche e specificità locali che potrebbero raccontare una Calabria più ricca e meno stereotipata.
L’identità autentica non coincide con la chiusura e non richiede certificati di purezza. Vive nella lingua, nel lavoro, nei prodotti, nella memoria, nei luoghi e nelle opportunità offerte alle nuove generazioni. Deve riuscire ad accogliere senza cancellarsi e ad aprirsi senza diventare indistinta.
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