Editoriale | La sanità calabrese non può essere il campo di battaglia della politica

L’editoriale di Matteo Lauria – Complimenti ai consiglieri regionali, ai sindaci, alla classe politica del centrosinistra: quando governa il centrodestra, ogni occasione diventa buona per gettare fango sulla sanità calabrese. Complimenti, allo stesso modo, ai consiglieri regionali del centrodestra, ai sindaci del centrodestra, alla classe politica che sostiene quello schieramento: quando a governare è il centrosinistra, la sanità diventa nuovamente terreno di scontro, di accuse, di denunce, di delegittimazione.

Una gara senza vincitori. O meglio, un gioco nel quale un vincitore esiste: la diffidenza dei cittadini. Perché alla fine di questa guerra politica permanente resta una cosa soltanto: il calabrese che guarda alla propria sanità con sempre meno fiducia. Il cittadino che, prima ancora di avere bisogno di un medico, di un ospedale o di un reparto, pensa che altrove sia tutto migliore. Che qui non funzioni nulla. Che sia meglio andare fuori regione.

E questo è il risultato più grave che la politica calabrese riesce a produrre. La sanità non è una bandiera di partito. Sia chiaro: i problemi esistono, e le criticità pure. Negarlo sarebbe altrettanto irresponsabile. Ma una cosa è denunciare ciò che non funziona. Un’altra è trasformare ogni problema in un’arma politica e ogni difficoltà in una sentenza definitiva sulla sanità calabrese. E ancora più grave è utilizzare pezzi della società civile, associazioni, comitati e singole voci in maniera strumentale, alimentando campagne che finiscono per demolire la fiducia nel sistema nel suo complesso. Per non parlare delle consuete dinamiche interne legate al “fuoco amico” e alle ingerenze della politica, talvolta dannose e deleterie.

A chi giova? Non certamente al cittadino. Non al medico. Non all’infermiere. Non all’operatore sanitario che ogni giorno lavora in condizioni difficili. Non alla Calabria. E soprattutto non alle casse pubbliche. Trecento milioni che raccontano un fallimento. C’è un dato che dovrebbe far riflettere più di mille dichiarazioni al veleno: la mobilità sanitaria. La Calabria deve destinare ogni anno risorse ingenti per curare fuori regione quei cittadini che scelgono, o sono costretti, a rivolgersi a strutture di altre regioni. Si parla di circa 300 milioni di euro l’anno che prendono la strada della mobilità sanitaria.Denaro che potrebbe essere utilizzato per assumere personale, rafforzare i reparti, acquistare tecnologie, migliorare le strutture, ridurre le liste d’attesa, rendere più efficienti i servizi. Non solo: se questa massa debitoria dovesse aumentare, i calabresi rischierebbero di non potersi curare neppure al Nord, perché le finanze regionali non sarebbero in grado di sostenere costi così elevati. 

E allora la domanda dovrebbe essere una sola: perché la politica non si mette d’accordo almeno su questo? Perché non si decide che la sanità viene prima del centrosinistra e del centrodestra? Perché non si stabilisce che un ospedale che funziona va difeso, indipendentemente da chi lo governa politicamente? E che un ospedale che non funziona va messo nelle condizioni di farlo funzionare senza scatenare una campagna di fango sulla qualità del servizio pubblico sanitario calabrese.

 Prendiamo lo Spoke di Corigliano-Rossano. Una realtà che troppo spesso viene raccontata soltanto attraverso ciò che non funziona. Eppure dentro quella struttura ci sono medici, infermieri, tecnici e operatori che fanno il proprio lavoro con professionalità e sacrificio. C’è, per esempio, una chirurgia che complessivamente nel 2025 ha realizzato 1700 interventi. Sono numeri che non raccontano una sanità importante. E che lavora. Nonostante la presenza di alcune criticità presenti ovunque, non solo in Calabria.

La risposta deve essere esattamente l’opposto: intervenire dove serve, sostenere chi lavora, correggere ciò che non funziona e valorizzare ciò che funziona. Questo dovrebbe fare la politica. Basta con la demolizione permanente La Calabria ha bisogno di una classe dirigente capace di uscire dalla logica secondo cui, quando governa l’avversario, tutto è sbagliato e quando governa il proprio schieramento tutto diventa improvvisamente difendibile. È una logica vecchia. Ed è anche una logica pericolosa. Perché la sanità non è un assessorato qualunque. È il luogo nel quale un cittadino entra quando ha paura, quando è malato, quando ha bisogno di qualcuno che lo curi. In quel momento non gli interessa sapere se il medico è di centrosinistra o di centrodestra. Non gli interessa chi abbia nominato il direttore. Non gli interessa quale partito abbia vinto le elezioni.

Gli interessa essere curato. E la politica dovrebbe ricordarselo. Dovrebbe fare quadrato intorno alle professionalità. Dovrebbe pretendere efficienza. Dovrebbe denunciare gli sprechi. Dovrebbe chiedere conto delle responsabilità. Ma dovrebbe anche avere l’onestà intellettuale di riconoscere le esperienze positive. Perché raccontare soltanto il male significa produrre altro male. Significa convincere il cittadino che qui non c’è nulla da salvare. Significa spingerlo verso altre regioni. Significa alimentare la mobilità sanitaria. Significa far uscire dalla Calabria altri soldi.

E poi, magari, gli stessi politici che hanno contribuito a creare questa sfiducia torneranno a denunciare i 300 milioni che ogni anno prendono la strada di altre regioni. Questa non è politica. È miopia. La Calabria non ha bisogno di politici che si contendano il primato nella demolizione della propria sanità. Ha bisogno di donne e uomini capaci di assumersi una responsabilità collettiva.

Perché un ospedale che funziona è della Calabria. Un reparto che lavora è della Calabria. Un chirurgo bravo è della Calabria. Un infermiere che non si risparmia è della Calabria. Non appartiene al centrodestra. Non appartiene al centrosinistra. Appartiene ai calabresi. E allora basta con questa immaturità politica. Basta con la propaganda sulla pelle dei cittadini. Basta con la ricerca quotidiana del difetto dell’altro per nascondere le proprie responsabilità.

 Sulla sanità si può discutere, si deve discutere, si deve anche protestare quando qualcosa non funziona. Ma prima di tutto bisogna costruire fiducia. Perché distruggerla è facilissimo. Ricostruirla costa anni. E quei 300 milioni che ogni anno lasciamo andare fuori regione sono anche il prezzo di una politica che, troppo spesso, sembra non aver ancora capito una cosa elementare: quando si colpisce la sanità calabrese per colpire l’avversario, alla fine l’avversario non è il partito che governa. È la Calabria.

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