L’intervento | La governabilità non può sacrificare la democrazia

L’intervento di Luigi Fraia – La maggioranza ha presentato un nuovo sistema elettorale, salvo che non cambi nuovamente orientamento e torni a prevedere il doppio turno, giustificandolo con la necessità di garantire maggiore stabilità e governabilità. La stabilità dei governi è certamente un obiettivo legittimo. Ma la durata di un esecutivo, di per sé, non può essere considerata un valore assoluto. Ciò che conta è soprattutto ciò che un governo riesce effettivamente a realizzare nel tempo in cui rimane in carica. Un governo può durare un’intera legislatura e produrre meno risultati di un altro rimasto in carica per un periodo più breve. Non è, tuttavia, questo il punto sul quale vorrei soffermarmi. La questione più urgente riguarda ciò che potrebbe nascondersi dietro la legittima esigenza di assicurare maggiore governabilità: il rischio di alterare gli equilibri della nostra democrazia parlamentare attraverso una semplice legge elettorale.

Vorrei affrontare il tema nel modo meno tecnico possibile, perché la questione riguarda tutti i cittadini e non soltanto gli addetti ai lavori. Il primo punto riguarda il premio di maggioranza; se il meccanismo previsto consentisse di ottenere un premio a una forza politica o a una coalizione che raggiunga una determinata soglia, anche intorno al 42% dei voti o meno, il risultato potrebbe essere quello di trasformare una minoranza dell’elettorato in una larghissima maggioranza parlamentare. Il problema diventa ancora più evidente in un Paese nel quale l’astensione ha raggiunto livelli significativi, si rischierebbe così di attribuire una straordinaria capacità di governo a una forza che rappresenta, in realtà, una parte soltanto della minoranza degli aventi diritto al voto, comprimendo eccessivamente il principio di rappresentatività. Non è un problema nuovo nella storia della Repubblica. Nel 1953, la cosiddetta “legge truffa” introdusse un premio di maggioranza per la coalizione che avesse ottenuto almeno il 50% più uno dei voti validi. La legge suscitò fortissime polemiche e una profonda contrapposizione politica e sociale, proprio perché veniva percepita come un intervento destinato ad alterare in modo significativo la traduzione dei voti in seggi. La soglia prevista non fu raggiunta e quella disciplina ebbe una vita molto breve. Il paragone storico non significa naturalmente che le due situazioni siano identiche; ma quella vicenda ci ricorda una cosa importante: le regole elettorali non sono mai neutrali rispetto alla rappresentanza e, proprio per questo, dovrebbero essere costruite con particolare cautela e possibilmente attraverso un consenso ampio.

C’è poi il tema delle liste bloccate; se l’elettore può scegliere il simbolo di un partito ma non può realmente scegliere le persone che lo rappresenteranno in Parlamento, una parte essenziale della rappresentanza viene trasferita dagli elettori alle segreterie dei partiti. Il Parlamento, però, non dovrebbe essere soltanto il luogo nel quale si distribuiscono i seggi in proporzione ai risultati elettorali: dovrebbe essere il luogo nel quale si esprime concretamente la sovranità popolare. E la possibilità per i cittadini di incidere sulla scelta dei propri rappresentanti è parte essenziale di questo principio. Ancora più delicata è l’indicazione preventiva del candidato alla Presidenza del Consiglio. La nostra Costituzione non prevede l’elezione diretta del Presidente del Consiglio, l’articolo 92 stabilisce che il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di quest’ultimo, i ministri e l’articolo 94 prevede inoltre che il Governo debba ottenere la fiducia delle due Camere.Questo equilibrio non è un dettaglio tecnico, è uno degli elementi fondamentali della nostra forma di governo parlamentare. Il rischio, quindi, è quello di introdurre di fatto una forma di premierato attraverso una legge ordinaria, senza modificare formalmente la Costituzione; ma una legge elettorale non può diventare lo strumento attraverso il quale si modifica surrettiziamente la forma di governo della Repubblica. Il Presidente della Repubblica, infatti, non è chiamato semplicemente a ratificare decisioni assunte altrove.

La Costituzione gli attribuisce precise funzioni nell’ambito del procedimento di formazione del Governo e nel mantenimento degli equilibri istituzionali. Se si ritiene – invece – che la forma di governo debba essere modificata, lo si dica apertamente e si percorra la strada prevista dall’articolo 138 della Costituzione. È questa la procedura attraverso la quale una revisione costituzionale deve essere discussa e approvata, con le maggioranze previste dalla Carta e, nei casi stabiliti, sottoposta al giudizio degli elettori attraverso il referendum e non si può ottenere indirettamente, attraverso una legge elettorale, ciò che per la sua natura richiederebbe una revisione della Costituzione. C’è, infine, una questione forse ancora più importante: le regole elettorali non possono essere costruite pensando alla convenienza della maggioranza che governa in quel momento.

Oggi il centrodestra dispone dei numeri parlamentari per modificare la legge elettorale. Domani potrebbe averli un’altra forza politica, che potrebbe modificarla a sua volta. E dopodomani un’altra ancora potrebbe fare lo stesso. Se ogni maggioranza utilizza il proprio consenso parlamentare per riscrivere le regole del gioco in funzione dei propri interessi politici, si entra in una logica pericolosa, nella quale le regole della democrazia diventano esse stesse terreno di competizione tra le maggioranze. Una legge elettorale dovrebbe essere, invece, una regola condivisa della Repubblica, non lo strumento attraverso il quale una maggioranza ritiene di poter preparare le condizioni della propria futura vittoria. La vera alternativa, dunque, non è semplicemente tra governabilità e instabilità.

È tra una democrazia nella quale il Governo è forte perché dispone di un consenso reale e una democrazia nella quale il Governo diventa forte soprattutto grazie a un meccanismo elettorale capace di moltiplicare il peso dei voti ottenuti. La prima rafforza la Repubblica. La seconda rischia di indebolirne la rappresentatività. La governabilità è importante, ma non può diventare un valore assoluto, né può essere utilizzata come giustificazione per comprimere il principio della rappresentanza. Un Governo stabile è una risorsa per la democrazia soltanto se la sua forza deriva da un consenso autentico e da regole percepite come legittime e condivise. La Costituzione, prima ancora della governabilità, ci chiede qualcosa di più profondo: che la sovranità appartenga realmente al popolo, che la rappresentanza sia effettiva e che le regole del gioco non vengano piegate alla convenienza di chi, in quel momento, dispone della maggioranza, perché in democrazia non conta soltanto chi vince, ma conta anche come si vince e con quali regole si decide di governare.

                                                                                                                    

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