L’intervento | Piazza Le Fosse, la città dei like e la realtà che resta fuori dal render

L’intervento di Salvatore Campana – Al momento, più che una visione di città, quella messa in scena dal sindaco è la solita narrazione politico-istituzionale, confezionata con ingredienti ormai riconoscibili: il render accattivante, le parole “coraggio”, “cambiamento”, “visione”, il racconto dei tabù abbattuti e, alla fine, la domanda perfetta per raccogliere l’applauso della propria platea social: «A me piace assai. A voi?». 

Una formula perfetta per Facebook, molto meno per una città reale, perché una città non si governa contando i “mi piace” sotto un reel e un progetto non diventa buono per il semplice fatto di risultare bello sullo schermo di uno smartphone.

Viviamo in un tempo di rimbecillimento collettivo, nel quale superficialità e ignoranza non vengono soltanto tollerate, ma troppo spesso premiate e alimentate. I social sono diventati enormi magazzini nei quali il pensiero viene compresso, semplificato, ridotto a slogan, reazioni, appartenenze e applausi; luoghi che avrebbero potuto allargare il confronto e che troppo spesso finiscono per addormentare le coscienze, spegnere il dubbio e trasformare il cittadino in tifoso.

La politica dovrebbe fare esattamente il contrario: risvegliare lo spirito critico, accettare le domande scomode, offrire elementi per giudicare, invece di rassicurare la propria platea e cercarne l’applauso. Una città non ha bisogno di fan. Ha bisogno di cittadini con coscienza politica, spirito critico e memoria.

Per questo la domanda seria non è se il render piaccia, ma se il progetto funzioni: traffico, parcheggi, attività commerciali, carico e scarico, accesso dei residenti, trasporto pubblico, rapporto con la stazione e la futura autostazione, qualità ambientale dello spazio. Di tutto questo, nella narrazione, c’è ancora poco; dell’immagine, invece, c’è già moltissimo. 

Il punto non è dichiararsi disponibili al cambiamento, ma capire in quale direzione si cambia. Nel 2026 togliere le automobili, rifare una pavimentazione e inserire alberi e arredi non basta più per rappresentare un’idea avanzata di città. Le esperienze urbane più interessanti vanno ben oltre la semplice cosmesi: meno asfalto e superfici impermeabili, più terra, maggiore copertura arborea, gestione naturale dell’acqua, verde concepito non come decorazione ma come infrastruttura climatica.

Liberare una strada dalle automobili può essere una buona scelta e renderla più gradevole può migliorarla, ma riqualificare non significa necessariamente innovare. Il salto vero avviene quando il suolo torna a respirare, gli alberi vengono messi nelle condizioni di produrre realmente ombra e lo spazio pubblico viene pensato non soltanto per essere bello il giorno dell’inaugurazione, ma per affrontare le estati dei prossimi trent’anni.

Ed è proprio su questo terreno che il render di Piazza Le Fosse mostra il suo limite più evidente: rappresenta certamente uno spazio più ordinato e gradevole dell’attuale, ma anche una piazza largamente dominata dalle pavimentazioni, con un verde che sembra entrare nel progetto come complemento più che come struttura. Un render, naturalmente, non dice tutto. Ed è precisamente questo il punto: sarebbe molto più interessante conoscere il progetto tecnico che il suo indice di gradimento sui social. 

Sostituire una distesa d’asfalto con una distesa di pavimentazione può produrre una piazza più bella, non necessariamente una città più avanzata. Il vero salto sarebbe costruire un ecosistema urbano, non l’ennesimo salotto urbano: più terra, più alberi capaci di crescere davvero, più ombra, più acqua assorbita dal suolo, meno superfici impermeabili. 

Altrimenti non stiamo progettando il domani: stiamo semplicemente riproponendo il passato.

Ma è quando si esce dal render che la distanza tra ciò che viene raccontato e ciò che viene vissuto diventa ancora più evidente. Nelle immagini la città appare ordinata, pulita, pedonale e luminosa, con il verde usato soprattutto come elemento di scena. Nella realtà questa resta una terra che tanti giovani continuano a lasciare, perché dopo anni di politica senza visione mancano opportunità, prospettive e ragioni sufficienti per restare. 

A quel punto la questione smette di essere soltanto urbanistica e diventa inevitabilmente politica, perché una città si misura anche nel lavoro che riesce a creare, negli investimenti che sa attrarre, nel ruolo del proprio porto, nei servizi che offre e nelle opportunità che riesce a trattenere.

E qui basta un fatto, senza riscrivere una storia che la città conosce già: l’investimento Baker Hughes da circa 60 milioni di euro, con circa 200 posti di lavoro annunciati, non si è realizzato. Al di là delle versioni contrapposte e delle responsabilità rivendicate o respinte, questo è il dato politico. Non significa che qualsiasi investimento dovesse essere accettato a qualsiasi condizione; significa che le scelte hanno conseguenze e che lo sviluppo non si misura soltanto nelle opere che si mostrano, ma anche nelle occasioni che una città riesce — o non riesce — a trattenere.

È questa la frattura che rende la narrazione molto meno solida di quanto appaia nei reel: da una parte una città levigata, renderizzata, pronta per essere approvata con un “mi piace”; dall’altra quella reale, che si misura in lavoro, opportunità, investimenti, servizi, mobilità, qualità urbana e nella capacità di non perdere una generazione che continua a cercarsi un futuro altrove. 

Anche il richiamo alle opere che «erano solo un render» finisce per mancare il punto. Che Piazza Santa Maria ad Nives, l’area del Consorzio di Cantinella o l’asilo del Frasso siano diventati realtà dimostra che l’amministrazione sa trasformare un progetto in un cantiere; non dimostra che ogni progetto sia necessariamente moderno, giusto o lungimirante. 

Realizzare un’opera indica capacità realizzativa. Non significa, da sola, avere una visione. Forse il limite più evidente di questa stagione politica è proprio qui: la narrazione del cambiamento corre più velocemente del cambiamento stesso.

Piazza Le Fosse può ancora diventare una grande occasione, a condizione che non ci si accontenti di una pedonalizzazione ben arredata e si abbia l’ambizione di farne davvero un modello: uno spazio vivo, con più terra, più alberi, più ombra, meno impermeabilizzazione e una migliore gestione dell’acqua; pensato per resistere nel tempo, non soltanto per funzionare sui social.

Altrimenti resterà la storia già vista: un bel render, una didascalia ben costruita e una cascata di pollici alzati. Ma il giudizio su una città non lo dà Facebook. Lo dà la realtà.

E il paradosso è continuare a raccontare ciò che la città dovrebbe diventare, mentre ciò che conta davvero, dopo otto anni, resta ancora da vedere.

 

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