Editoriale | Il provincialismo della mente attribuisce più credibilità a chi arriva da lontano…

L’Editoriale di Matteo LauriaCi sono territori che soffrono di un complesso antico. Non è un problema geografico, né economico. È un problema culturale. È il provincialismo della mente. Non riguarda i paesi, le periferie o il Sud. Riguarda un modo di guardare il mondo. È quella disposizione che ci porta a pensare che il valore abiti sempre altrove. Che la competenza abbia bisogno di un indirizzo prestigioso, di una cattedra universitaria, di un cognome importante, di un accento diverso dal nostro.

Così accade un fatto curioso: più una persona arriva da lontano, più le riconosciamo autorevolezza. Più è estranea alla nostra comunità, più siamo disposti a sospendere il giudizio critico. Se poi può esibire un titolo, un incarico o un curriculum di prestigio, il gioco è fatto. Le sue parole acquistano un peso che, spesso, prescinde dal loro contenuto.

Nel frattempo, chi vive e lavora ogni giorno sul territorio viene osservato con una severità che rasenta la diffidenza. Di lui si cercano gli errori, si mettono in discussione le intenzioni, si pretende una prova continua della sua credibilità. È il paradosso di molte comunità: concedono fiducia preventiva a chi non conoscono e negano fiducia a chi conoscono fin troppo bene.

Ma il prestigio non coincide con la verità. Un titolo accademico non è una patente di moralità. Un incarico importante non rende automaticamente giuste le opinioni di chi lo ricopre. La storia è piena di persone colte che hanno sbagliato e di uomini e donne semplici che hanno avuto ragione. L’autorevolezza è un’altra cosa.

L’autorevolezza si costruisce con la coerenza, con il rispetto degli altri, con la capacità di assumersi la responsabilità delle proprie parole. Non si eredita con una laurea, non si compra con un curriculum, non si riceve in dono da un’istituzione. Eppure continuiamo a commettere lo stesso errore: confondiamo il prestigio con il valore.

È un riflesso che nasce da un senso di inferiorità mai del tutto superato. Come se avessimo sempre bisogno che qualcuno, arrivando da fuori, ci dicesse cosa è giusto, chi merita fiducia, quali idee siano degne di attenzione. È una forma sottile di dipendenza culturale che ci rende più vulnerabili alle apparenze che alla sostanza.

Una comunità veramente libera, invece, non si inginocchia davanti ai nomi. Li ascolta, certo. Li rispetta, quando lo meritano. Ma non rinuncia mai al proprio spirito critico. Perché il pensiero critico è il primo antidoto contro ogni forma di sudditanza.

Le persone non andrebbero giudicate dalla città da cui provengono, dall’università che hanno frequentato o dal ruolo che ricoprono. Andrebbero giudicate da ciò che fanno, da come trattano gli altri, dalla coerenza tra le parole che pronunciano e i comportamenti che mettono in pratica.

Quando una comunità smette di credere nel valore delle persone che la abitano e comincia ad attribuire automaticamente più credibilità a chi arriva da lontano, non sta dimostrando apertura mentale. Sta semplicemente rinunciando alla propria capacità di giudizio. E una comunità che rinuncia al proprio giudizio è una comunità destinata a vivere sempre all’ombra di qualcun altro.

La vera emancipazione non consiste nel cercare continuamente maestri da venerare. Consiste nell’avere il coraggio di guardare chiunque negli occhi, senza complessi di inferiorità e senza complessi di superiorità.

Perché la dignità di un popolo comincia esattamente lì: nel momento in cui comprende che il valore non ha un CAP, non ha un titolo e non ha un indirizzo. Ha soltanto una misura: la verità dei comportamenti.

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