Il risultato del referendum è il segnale di un’occasione mancata. Dal mio punto di vista, l’Italia ha perso la possibilità di avviare un percorso serio di professionalizzazione del sistema investigativo. Sia chiaro: ho sempre ritenuto il sì preferibile al no. Ma non ho mai sostenuto che il sì fosse la soluzione definitiva. Non lo era. Era un passo, non il traguardo. Un passaggio utile per iniziare a mettere ordine in un sistema che oggi mostra limiti evidenti. In queste ore sono stato criticato per aver detto che su alcune materie il popolo non è preparato a esprimersi. Lo ribadisco: esistono temi tecnici, complessi, che richiedono conoscenze specifiche. Non è un’offesa, è un dato di realtà. E proprio per questo, invece di affidare tutto a un referendum, sarebbe stato più serio aprire una fase costituente.
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Chi deve contrastarla? La magistratura requirente. Ma per farlo servono competenze precise, attitudine investigativa, presenza sul campo. L’idea di separare le funzioni avrebbe aiutato nella professionalizzazione alimentando una forma mentis attitudinale. Prendiamo un esempio concreto delle tante malefatte in salsa italiana. Le strade rifatte male, che dopo pochi mesi devono essere nuovamente sistemate. Non è solo inefficienza. In molti casi emergono meccanismi distorti: tangenti, lavori eseguiti al ribasso, controlli deboli. E queste non sono ipotesi, ma fatti emersi anche in diverse inchieste. Allora la domanda è semplice: il sistema attuale è in grado di contrastare davvero questi fenomeni? La risposta, guardando i risultati, non è rassicurante. Nei rari casi in cui si è intervenuti lo si fa dopo lunghi anni dai fatti avvenuti.
Esiste un problema di impostazione. La magistratura requirente dovrebbe avere una forte identità investigativa: capacità di analisi, presenza sui luoghi, attenzione ai dettagli, determinazione nel seguire una pista fino in fondo. Invece, troppo spesso, si assiste a un eccesso di delega. Succede che il magistrato non sia presente nei momenti iniziali, quelli decisivi, in cui si formano le prove. Eppure è lui che firma gli atti più rilevanti. È lui che assume la responsabilità finale. Ma la qualità dell’indagine si costruisce all’inizio, non alla fine. Se questo passaggio non viene colto, allora significa che si accetta lo stato attuale delle cose.
E lo stato attuale delle cose è questo: corruzione diffusa, voto di scambio ancora presente, assemblee elettive che in molti casi risentono di questi meccanismi. E quando la rappresentanza nasce da dinamiche distorte, il livello del dibattito inevitabilmente si abbassa. Queste sono le questioni reali. E sono questioni che incidono direttamente sulla capacità del Paese di crescere. Un sistema in cui la corruzione è radicata fatica ad attrarre investimenti, fatica a garantire concorrenza, fatica a costruire sviluppo. È un sistema che resta fermo. E allora sì, il referendum rappresentava un’occasione. Non perfetta, non risolutiva, ma concreta. Un primo segnale per andare in una direzione diversa. Non si è voluto cogliere questo passaggio. Legittimo. Ma le conseguenze restano. Perché il problema non scompare. Resta lì. E continuerà a produrre effetti. Alla fine, la questione è sempre la stessa: vogliamo davvero cambiare o preferiamo restare dentro un equilibrio che conosciamo, anche se non funziona? Se la risposta è la seconda, allora non bisogna sorprendersi se il Paese continua a perdere terreno.
Matteo Lauria – Direttore I&C






