L’editoriale di Matteo Lauria – Stiamo diventando più freddi. Ci abituiamo alle immagini delle guerre, agli ospedali colpiti, ai bambini uccisi, alle epidemie, alle persone costrette a lasciare la propria casa. Guardiamo, commentiamo per qualche minuto e poi passiamo oltre. Il dolore degli altri scorre davanti ai nostri occhi, ma sempre più raramente riesce a scuoterci davvero.
È questa assuefazione a fare paura. Non soltanto la violenza che attraversa il mondo, ma l’indifferenza con cui impariamo a conviverci. Conflitti che potrebbero essere fermati continuano a provocare vittime, mentre governi e organismi internazionali si dimostrano incapaci di trovare soluzioni efficaci. Di fronte a stragi che non risparmiano nessuno, neppure i bambini, i cittadini non possono limitarsi ad assistere. Manifestare, chiedere pace e pretendere risposte dalle istituzioni significa rifiutare l’idea che tutto questo sia inevitabile.
C’è però chi considera simili riflessioni inutili o persino ingenue. Chi rivendica la propria durezza come una qualità e ripete che la vita è fatta di concretezza, risultati e obiettivi da raggiungere. «Non ho tempo per queste cose», dice. Come se ascoltare una persona, aiutare chi è in difficoltà o mostrare compassione fossero distrazioni riservate a chi non sa affrontare il mondo reale.
A queste persone bisognerebbe ricordare che la freddezza non è forza. Il cinismo non rende più intelligenti e il distacco non trasforma nessuno in un eroe. Si può costruire una carriera, accumulare denaro, ottenere riconoscimenti e raggiungere ogni traguardo, ma restare incapaci di vedere chi soffre accanto a noi. È questa la concretezza di cui vogliamo andare fieri?
La vera forza non consiste nel mostrarsi invulnerabili. Sta nella capacità di lasciarsi coinvolgere senza voltarsi dall’altra parte. È molto più facile dire «non mi riguarda» che fermarsi, ascoltare e assumersi una responsabilità. Chi dedica tempo agli altri non è un debole, non è un ingenuo e non vale meno di chi misura tutto in base all’utilità personale. Al contrario, compie una scelta difficile in una società che premia l’individualismo.
Svalutare chi pratica la solidarietà serve spesso a giustificare la propria indifferenza. Si deride il volontario, si guarda con sospetto chi aiuta gratuitamente e si considera perdente chi non riceve un vantaggio immediato. Eppure sono proprio queste persone a tenere ancora insieme le comunità. Lo fanno senza sentirsi Superman, senza clamore e, nella maggior parte dei casi, senza ottenere nulla in cambio.
La solidarietà comincia vicino a noi. Non richiede sempre gesti straordinari, grandi risorse o incarichi ufficiali. Può essere una presenza, una parola detta nel momento giusto, la capacità di ascoltare senza fretta. Può essere il tempo dedicato a una persona sola, a un anziano, a un malato o a una famiglia in difficoltà.
Negli ospedali, per esempio, incontriamo talvolta ragazzi e volontari che attraversano i reparti e chiedono ai pazienti come stanno. È un gesto importante, ma non basta pronunciare una domanda. Bisogna fermarsi, ascoltare la risposta, offrire conforto. Chi soffre non ha sempre bisogno di qualcosa di materiale: spesso cerca uno sguardo sincero, una voce rassicurante, qualcuno capace di fargli sentire che non è solo.
La solidarietà autentica non è una fotografia da pubblicare, uno slogan da usare o un’attività da esibire durante una campagna elettorale. Non serve a costruire consenso e non misura il proprio valore attraverso la visibilità ottenuta. È discreta, costante e concreta. Nasce dalla volontà di aiutare chi ha bisogno, anche quando non ci sono telecamere, applausi o vantaggi personali.
Esistono persone che continuano a dedicarsi agli altri per convinzione profonda. Sono sempre più rare e spesso si ritrovano sole, senza sostegno e senza un vero ricambio. Non possiamo pensare che portino questo peso per sempre. Anche chi opera professionalmente nel sociale, nella sanità o nell’assistenza dovrebbe ricordare che uno stipendio non sostituisce l’umanità. Svolgere un compito non significa necessariamente prendersi cura di qualcuno.
Occorre interrogarsi anche sulle nuove generazioni, evitando giudizi sommari. I giovani possiedono capacità, sensibilità e forme d’intelligenza che spesso gli adulti non comprendono. Allo stesso tempo, molti vivono fragilità profonde, solitudine e una crescente chiusura in sé stessi. Una società fondata sulla competizione e sull’opportunismo non può poi stupirsi se l’altruismo si indebolisce. La solidarietà non si eredita automaticamente: si insegna con l’esempio, si coltiva nelle famiglie, nelle scuole, nelle comunità e nelle istituzioni.
Se continuiamo a ignorare gli altri, il sistema che stiamo costruendo finirà per ritorcersi contro tutti. Anche chi oggi si sente forte, autonomo e inattaccabile potrebbe avere bisogno, domani, di una mano, di una parola o di una presenza. Nessuno è Superman. La malattia, la solitudine e le difficoltà non chiedono quale carriera abbiamo costruito o quanti obiettivi abbiamo raggiunto.
Una comunità in cui ciascuno pensa soltanto a sé non è più forte né più moderna: è semplicemente più sola. Ritrovare umanità significa tornare a sentire il dolore altrui come qualcosa che ci riguarda. Significa comprendere che nessuno si salva davvero da solo.
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