L’editoriale dell’avvocato Luigi Fraia . Pare che anche la questione sulla sanità in Calabria sia passata in sordina, e qualche partito o politico isolato si sia limitato a un semplice comunicato stampa: mi spiego: il “non luogo a pronuncia” della Corte dei conti non è una certificazione di buona salute; e forse occorre farci una riflessione più ampia. Nel mentre una parte della politica festeggia (ma poi perche?) i calabresi continuano a partire per curarsi al nord. Infatti il responso testè ricordato non equivale a una promozione; nè significa che i conti sanitari siano stati certificati come risanati; né che il sistema sia stato dichiarato efficiente, significa, più semplicemente: che la Corte non è arrivata a una pronuncia di merito sulla questione sottoposta al suo esame. Ed è una differenza enorme; cioè dopo diciassette anni di commissariamento, la Calabria è tornata alla gestione ordinaria della propria sanità, che è certamente un fatto istituzionale importante, ma uscire dal commissariamento non significa essere usciti dalla crisi sanitaria.
La Regione ha adottato l’8 luglio 2026 il nuovo Piano di rientro 2026-2028, e proprio l’esistenza di un nuovo Piano dovrebbe ricordarci che il problema non è magicamente scomparso: resta da risanare, organizzare e correggere un sistema che presenta ancora criticità profonde.Il vero giudice della sanità, del resto, non è un annuncio, ma è il cittadino che aspetta una visita, il malato che cerca una diagnosi, l’anziano che attende un esame e la famiglia costretta a valutare se affrontare centinaia di chilometri per trovare altrove ciò che non riesce ad ottenere in Calabria. Ma vediamo i numeri ufficiali, che pare possano essere più testardi di qualsiasi cosa; e così si registra che il Ministero della Salute, nel monitoraggio dei LEA relativo al 2024, ha rilevato per la Calabria una persistente insufficienza nell’area distrettuale, quella che comprende proprio i servizi più vicini al cittadino, ossia: assistenza territoriale, specialistica e presa in carico.Poi c’è da sottolineare la mobilità sanitaria, forse il simbolo più evidente delle difficoltà del sistema.Nel 2023 il saldo della mobilità sanitaria della Calabria è risultato negativo per circa 252,4 milioni di euro. Dietro questa cifra ci sono persone; cittadini che vanno a curarsi in Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto, Piemonte, Toscana e in altre Regioni. Quando il fenomeno diventa strutturale, non è più soltanto una libera scelta individuale. È anche il segnale di una difficoltà del sistema di provenienza. E il paradosso è evidente: il malato parte e i soldi partono con lui. Le risorse seguono il paziente verso le Regioni che riescono ad attrarre quella domanda sanitaria.
Così il divario rischia di alimentare se stesso e chi dispone di strutture più forti attira pazienti, professionalità e risorse; chi li perde vede ulteriormente impoverirsi il proprio sistema. E così emerge un’altra questione più drammatica: il reddito. Andare a curarsi al Nord significa spesso sostenere spese di viaggio, alloggio, accompagnamento e, quando necessario, ricorrere al privato per ridurre i tempi. Una famiglia economicamente solida può farlo, ma una famiglia povera molto meno. E così quello che dovrebbe essere un diritto uguale per tutti rischia di diventare un diritto esercitabile in misura diversa a seconda delle disponibilità economiche. L’articolo 32 della Costituzione tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e non come privilegio di chi può permettersi il viaggio, con annessi e connessi, verso una Regione più attrezzata. Se per ricevere cure adeguate bisogna avere il denaro per partire, allora il problema non è soltanto sanitario: è anche un problema di uguaglianza sostanziale. Ed è proprio qui che si inserisce la questione dell’autonomia differenziata; la domanda non dovrebbe essere se Nord e Sud debbano essere contrapposti, ma un’altra: si possono differenziare le competenze regionali senza avere prima garantito concretamente gli stessi diritti fondamentali su tutto il territorio nazionale? La Corte costituzionale, con la sentenza n. 192 del 2024, ha posto precisi limiti al percorso dell’autonomia, richiamando la necessità di rispettare i principi di sussidiarietà, solidarietà e uguaglianza e il ruolo della previa determinazione dei LEP.
La sanità è il banco di prova più delicato. Perché un cittadino calabrese e uno lombardo hanno lo stesso diritto costituzionale alla salute, ma se il primo deve percorrere mille chilometri per ottenere una prestazione che il secondo trova vicino casa, l’uguaglianza formale non basta; servono ospedali, medici, infermieri, tecnologia, organizzazione e soprattutto una rete territoriale capace di garantire le cure dove il cittadino vive. Il vero problema, dunque, non è stabilire chi abbia vinto una battaglia burocratica, la domanda è molto più semplice: quando un calabrese si ammalerà, potrà curarsi bene senza essere costretto a lasciare la propria terra? Questa dovrebbe essere la misura del successo, non la fine del del commissariamento. Poichè la sanità si giudica nelle corsie, nei pronto soccorso, negli ambulatori, nelle liste d’attesa e nelle case dei malati, e soprattutto si giudica dalla possibilità di curarsi senza dover partire. Perché altrimenti accade qualcosa di profondamente ingiusto: chi ha i soldi compra la possibilità di andare via; chi non li ha deve sperare; e la speranza, in una Repubblica fondata sui diritti, non può essere una prestazione sanitaria. La Calabria non ha bisogno di raccontarsi guarita, ma – quantomeno – di cominciare ad essere sulla strada della guarigione con fatti non semplicemente atti.
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