Editoriale | Nuove case senza moduli solari: così il risparmio resta fuori dal tetto

C’è un paradosso che si vede da lontano, basta alzare gli occhi: tetti puliti e sopra nulla. In un’area dove la luce non manca per lunghi periodi dell’anno, si continua a consegnare abitazioni appena nate senza una produzione autonoma di energia. Il punto non è tecnico. La tecnologia è matura, l’installazione è routine, la manutenzione è gestibile. Il punto è economico, e riguarda il peso delle scelte: chi realizza l’edificio sostiene il costo iniziale; chi ci vive incassa il beneficio negli anni. Due interessi diversi, due orizzonti temporali opposti. Nel mezzo, una domanda semplice: perché il vantaggio del residente deve essere sempre rimandato, quando si decide oggi come sarà la spesa di domani?

La conseguenza è concreta: spese domestiche più alte, meno margine per tutto il resto. E quando le famiglie stringono la cinghia, a cascata aumenta anche la pressione sociale sui Comuni: più richieste, più fragilità, più interventi. Al contrario, ridurre la fattura energetica significa liberare risorse. «Pago ogni mese, ma il sole sopra casa mia resta inutilizzato»: è la frase che riassume il sentimento di chi guarda il proprio tetto come un’occasione persa.

La politica, però, non parte da zero. In Italia l’obbligo di integrare fonti rinnovabili nelle nuove costruzioni e in molti interventi pesanti esiste già: il D.Lgs. 199/2021 prevede l’uso di rinnovabili secondo criteri minimi e, soprattutto, lega il rispetto di quel requisito al titolo edilizio: se non ci sono le condizioni, il permesso può essere negato. E l’Europa ha fissato anche scadenze precise per estendere l’installazione del solare, includendo nuovi edifici pubblici e non residenziali entro il 2026 e nuove abitazioni entro il 2029.

Allora la domanda cambia: non “si può imporre?”, ma “perché non si applica con rigore?”. Perché le verifiche diventano spesso un passaggio burocratico e non un controllo sostanziale? Perché le deroghe, dove servono, non vengono spiegate con trasparenza, caso per caso? Perché la filiera della costruzione continua a ragionare come se l’energia fosse un dettaglio e non una voce che incide sulla vita quotidiana?

Un’amministrazione locale può fare molto senza inventarsi nuove leggi: pretendere relazioni tecniche complete, controllare prima e dopo, pubblicare dati sulle nuove autorizzazioni, chiarire quali esclusioni sono state concesse e per quale motivo, spingere su regolamenti edilizi che alzino l’asticella dove la norma lo consente. E può anche dare un segnale politico netto: chi costruisce qui deve consegnare edifici pensati per ridurre la spesa di chi ci abiterà, non solo per massimizzare la resa del cantiere.

Alla fine la partita è tutta nella scelta di campo. O si accetta che il tetto sia solo copertura, oppure lo si considera parte dell’interesse pubblico: meno costi per le famiglie, meno fragilità, più autonomia. E allora sì, la politica deve smettere di guardare e iniziare a pretendere.

 Matteo Lauria – Direttore I&C 

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