Editoriale | Operazione Ginestra, innocenti fino a sentenza: la solidarietà non può avere due pesi

Editoriale di Matteo Lauria –  Sono ore importanti per il troncone politico dell’operazione Ginestra. Il giudice per le indagini preliminari ha interrogato il sindaco di Corigliano-Rossano, Flavio Stasi, il consigliere comunale Piero Lucisano e gli altri soggetti coinvolti nel filone politico dell’inchiesta. Tutti hanno contestato gli addebiti.

Perché la difesa sceglie il Riesame

Come in quasi tutte le inchieste, la difesa si rivolgerà al tribunale del Riesame. Il motivo è strategico: si ritiene che un organo terzo possa valutare con più neutralità se le misure cautelari siano adeguate. Chiedere la revoca allo stesso GIP che le ha firmate da pochi giorni sembra, di solito, poco promettente. Su questo ho qualche riserva. L’interrogatorio serve proprio a dare al giudice la possibilità di ascoltare la parte. Se ritiene sufficienti le dichiarazioni dell’indagato, può decidere anche d’ufficio: revocare la misura, sostituirla con una meno pesante o confermarla.

Due pesi e due misure

C’è poi una questione che riguarda tutti noi. In questi giorni vedo un atteggiamento culturale che non mi convince: una marea di solidarietà social rivolta quasi solo a Flavio Stasi. A lui va la mia solidarietà umana. Va anche a Piero Lucisano e a tutte le persone coinvolte, che magari si ritengono innocenti. Ma esprimere solidarietà o augurarsi che siano innocenti è una cosa. Dire “sono innocenti” è un’altra. Significa affermare, di fatto, che la magistratura ha scambiato lucciole per lanterne. Né io né il cittadino medio abbiamo gli elementi per dirlo, così come non possiamo dire il contrario o bollare l’indagine come un flop. Questo compito spetta a chi giudica. Attendiamo gli esiti.

Una condanna sociale prima del verdetto

Lo Stato di diritto riconosce la presunzione di innocenza a chiunque sia indagato, e le posizioni di alcuni indagati in questa vicenda sono analoghe. Provate a immaginare come si senta Lucisano quando apre Facebook e quasi non trova il suo nome in questa ondata di vicinanza. È come se una condanna sociale fosse già arrivata, prima ancora di una sentenza. Chiediamoci perché succede. Emettiamo sentenze senza accorgercene e le rendiamo pubbliche. È un metodo democratico? Lo può accettare la terza città della Calabria? Una comunità di questa dimensione dovrebbe avere uno sguardo più ampio, lasciare il provincialismo e i ragionamenti di pancia.

 

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