Dall’inchiesta Ginestra alle responsabilità della politica, dalla paura delle vittime delle estorsioni al futuro del Comune. Difendere lo Stato di diritto significa rifiutare condanne e assoluzioni preventive.
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Sono sempre stato contrario all’immunità parlamentare. Ritengo che chi rappresenta le istituzioni debba rispondere delle proprie azioni davanti alla legge, esattamente come qualsiasi cittadino. Anzi, da un rappresentante pubblico dovremmo pretendere qualcosa in più: non soltanto apparire corretto, ma esserlo. Parto da questa convinzione per spiegare perché considero altrettanto pericolosa una nuova forma di immunità, quella sociale. Un’immunità costruita attraverso il consenso, le appartenenze politiche e le campagne sui social, dove qualcuno pretende di stabilire chi sia innocente e chi colpevole prima ancora che la giustizia abbia compiuto il proprio percorso.
Flavio Stasi è indagato ed è agli arresti domiciliari. Non è un condannato. Ma non possiamo neppure trasformare la presunzione di innocenza in una sentenza di assoluzione anticipata.
Stasi possiede capacità politiche e oratorie indiscutibili. Se le accuse dovessero rivelarsi infondate, avrà gli strumenti per difendersi e dimostrare la propria estraneità ai fatti. Non ha bisogno di sostenitori che proclamino certezze senza conoscere gli atti. Sostenere che l’inchiesta sia un fallimento significa contestare il lavoro della magistratura. È legittimo farlo, ma bisogna indicare gli errori, non limitarsi agli slogan. Ogni commento pubblico produce conseguenze. Chi scrive sui social dovrebbe ricordare che le proprie parole vengono lette anche da giovani e cittadini che potrebbero considerarle verità accertate.
La prudenza non è vigliaccheria. È responsabilità. Vale per il centrodestra, per il centrosinistra e per chi non appartiene ad alcuno schieramento. Nessuna parte politica è immune dalle inchieste e le responsabilità penali sono personali, non appartengono alle bandiere.
Esiste poi una contraddizione evidente: quando la magistratura non interviene, ne denunciamo l’assenza. Quando interviene, la accusiamo di aver sbagliato. Personalmente continuo ad avere riserve su alcuni aspetti del funzionamento della giustizia e ritengo che, soprattutto sul fronte degli omicidi, determinati interventi siano arrivati tardi. Ma questo non autorizza a delegittimare un’inchiesta.
Il consenso elettorale e i compromessi della politica
C’è una questione più profonda che riguarda la Calabria e, probabilmente, l’intero Paese. Quanto è possibile costruire una carriera politica senza entrare in contatto con ambienti discutibili? In un sistema caratterizzato da forte astensionismo, anche pochi voti possono determinare un risultato. E la ricerca del consenso può spingere alcuni candidati verso compromessi inaccettabili. Non significa che tutti lo facciano. Significa riconoscere una distorsione del sistema politico sulla quale dovremmo aprire un confronto serio.
Occorre anche distinguere i rapporti personali dalle condotte penalmente rilevanti. Un individuo con precedenti criminali che si trova in libertà non perde automaticamente il diritto di parlare con un amministratore. Il semplice contatto non dimostra l’esistenza di un accordo illecito. Nel caso Stasi emerge inoltre un elemento che, sul piano politico e sociale, merita una riflessione. Parliamo di uno dei pochi amministratori del territorio capaci di costruire un consenso riconoscibile anche attraverso la parola, il confronto pubblico e la capacità di mobilitare gli elettori.
È un politico che possiede un voto di opinione. Questo non dimostra la sua innocenza, naturalmente. Ma dovrebbe spingerci a interrogarci anche su altri fenomeni: esponenti politici che raccolgono migliaia di preferenze senza una presenza pubblica altrettanto riconoscibile. Da dove arriva quel consenso? Quali meccanismi lo alimentano? Sono domande politiche, non accuse penali. E non autorizzano a sospettare reati sulla base dei soli risultati elettorali.
Estorsioni, la paura non può essere confusa con l’omertà
Un altro aspetto riguarda commercianti e imprenditori sottoposti alle pressioni criminali. Quando un estorsore si presenta davanti a una vittima, lo Stato non è fisicamente presente. Può esserci un’intercettazione, una microspia, un’indagine in corso. Ma davanti alla minaccia c’è una persona sola, con la paura di perdere il lavoro, l’automobile o di mettere in pericolo la propria famiglia. Non sempre il silenzio è omertà. Spesso è paura. E la paura è umana. Questo non significa scoraggiare le denunce. Al contrario, bisogna continuare a denunciare. Ma le istituzioni devono comprendere quanto sia difficile farlo quando si teme una ritorsione immediata. Definire automaticamente omertoso chi non denuncia rischia di ignorare la condizione concreta delle vittime.
Il futuro del Comune non si decide sui social
Resta infine la questione amministrativa. Stasi è attualmente sospeso dalle funzioni e il Comune è guidato dal vicesindaco Pistoia. Il Tribunale del riesame rappresenterà un passaggio importante per valutare la misura cautelare. Un’eventuale revoca dei domiciliari potrebbe aprire la strada al ritorno del sindaco, ferma restando la necessità di verificare gli effetti della sospensione prevista dalla legge.
Parallelamente esiste un percorso distinto, che riguarda la Prefettura e il Ministero dell’Interno. L’eventuale nomina di una commissione d’accesso servirebbe a verificare possibili condizionamenti mafiosi dell’attività amministrativa. Solo all’esito delle verifiche e delle procedure previste potrebbe prospettarsi uno scioglimento del Consiglio comunale. Sono questioni differenti, che non possono essere confuse.
Il punto è semplice: non dobbiamo difendere una persona dalla giustizia, ma il diritto di ogni persona a essere giudicata secondo le regole. Evitiamo i giudizi di pancia, le assoluzioni per simpatia e le condanne per avversione politica. Evitiamo soprattutto di scambiare l’ingenuità e la scarsa conoscenza dei fatti per coraggio civile. La giustizia va affrontata, non aggirata attraverso il consenso. E chi pretende di difendere lo Stato di diritto deve accettarne le regole anche quando riguardano qualcuno per cui prova stima. Perché la legge non deve avere nemici da colpire né amici da proteggere.






