L’intervento | Arco Jonico, la politica pensa alle poltrone mentre il futuro prende altre strade

L’intervento di Salvatore Campana – Una visione strategica per il futuro dell’Arco Jonico, un’opportunità europea da cogliere e una classe dirigente chiamata a rispondere delle proprie responsabilità.

Ci sono intuizioni che restituiscono alla politica la sua dimensione più nobile: la capacità di guardare oltre le contingenze quotidiane, superare gli angusti confini del municipalismo e immaginare il futuro dei territori.

La riflessione di Domenico Mazza sull’Arco Jonico e sulle due porte del Mediterraneoappartiene a questa categoria. Una visione geopolitica lungimirante, sostenuta da una lettura geoeconomica di notevole spessore, che restituisce centralità al Golfo di Taranto e propone di superare la frammentazione amministrativa attraverso un sistema territoriale integrato tra Calabria, Basilicata e Puglia.

L’idea di collegare Crotone, Corigliano-Rossano, Policoro, Taranto e Gallipoli in una strategia comune, valorizzando portualità, logistica, infrastrutture, filiere produttive e turismo, rappresenta una prospettiva pienamente condivisibile. Il merito di Mazza è avere immaginato territori jonici che smettano di agire come periferie separate e comincino a riconoscersi protagonisti nello spazio mediterraneo.

Ma una visione di questa portata richiede una classe dirigente capace di comprenderla e, soprattutto, di trasformarla in realtà.

Sarebbe perciò prioritario costituire un gruppo di progetto di altissimo profilo, composto da competenze autorevoli nella pianificazione strategica, nelle infrastrutture, nella portualità, nell’economia e nella progettazione europea, con il coinvolgimento delle università, della ricerca e del sistema produttivo. L’obiettivo dovrebbe essere elaborare un macroprogetto strategico integrato per l’Arco Jonico, capace di individuare interventi concreti, partenariati e possibili fonti di finanziamento. Il primo risultato dovrebbe essere un documento strategico preliminare, con pochi interventi prioritari, tempi, responsabilità e possibili strumenti di finanziamento.

Esiste già una cornice europea particolarmente pertinente: EUSAIR, la Strategia dell’Unione europea per la Regione Adriatico-Ionica, che promuove la cooperazione tra i Paesi dell’area nei settori delle infrastrutture, dell’economia del mare e dello sviluppo sostenibile. Non è un fondo di finanziamento diretto, ma un quadro di cooperazione attraverso il quale costruire partenariati e collegare i progetti ai programmi europei e nazionali.

C’è inoltre una circostanza da non sottovalutare: dal 1° giugno 2026 al 31 maggio 2027 l’Italia esercita la Presidenza di EUSAIR, offrendo un’importante occasione di interlocuzione istituzionale. Proprio per questo sarebbe opportuno partire da tale quadro di cooperazione, costruendo una proposta progettuale autorevole attorno alla quale chiamare successivamente le istituzioni ad assumersi le proprie responsabilità.

A questa finestra si affianca la presidenza della Commissione Intermediterranea (CIM), esercitata dal presidente della Regione Calabria Roberto Occhiuto: un’ulteriore sede di interlocuzione per sostenere il ruolo dell’Arco Jonico nel confronto europeo sulle reti transeuropee dei trasporti (TEN-T).

Ed è qui che emerge, con tutta la sua gravità, la questione politica di Corigliano-Rossano, una città che per posizione, dimensione e potenzialità dovrebbe esercitare una funzione di raccordo e di guida dell’intera Sibaritide, aggregando amministrazioni, imprese e istituzioni attorno a una strategia territoriale condivisa.

Il divario tra ciò che questa città potrebbe rappresentare e la qualità del confronto politico che troppo spesso la caratterizza è difficile da ignorare. Alla dimensione delle opportunità non sembra corrispondere un’analoga capacità di elaborazione strategica, mentre la comunicazione politica, le contrapposizioni e la competizione per la visibilità occupano uno spazio che meriterebbe di essere dedicato alla progettazione dello sviluppo.

Il comunicato prevale sul progetto, il reel sostituisce il ragionamento, la rappresentazione del consenso rischia di contare più dei risultati, mentre candidature, equilibri e aspirazioni alle poltrone sembrano occupare una parte sproporzionata dell’orizzonte politico. Il problema non è l’ambizione di esercitare il potere, legittima in democrazia, ma la sua trasformazione da strumento di servizio alla collettività in obiettivo autosufficiente.

Dietro questa incessante attività comunicativa resta una domanda alla quale sarebbe opportuno rispondere con fatti verificabili: quale grande progetto di trasformazione economica e territoriale, capace di coinvolgere stabilmente l’intera Sibaritide, è stato realmente costruito e portato a compimento?

La vicenda Baker Hughes, con il mancato investimento industriale nel porto di Corigliano, rappresenta un caso sul quale questa domanda assume particolare rilievo. Non considero la legalità un ostacolo allo sviluppo, né ritengo che un investimento debba prescindere dalle necessarie verifiche ambientali, urbanistiche e amministrative; considero però essenziale la capacità delle istituzioni di anticipare le criticità, costruire soluzioni e impedire, per quanto possibile, che opportunità di tale portata si dissolvano.

Quando un investimento di rilevanza internazionale non si concretizza, è doveroso interrogarsi sulla capacità delle istituzioni di governare processi complessi, prevenire i conflitti e ricercare soluzioni compatibili con la legalità e con l’interesse pubblico. Le responsabilità specifiche richiedono una ricostruzione rigorosa, ma l’occasione mancata impone comunque un bilancio politico trasparente.

La questione, dunque, non è stabilire chi sappia comunicare meglio, ma comprendere se la politica locale sia in grado di produrre un disegno di sviluppo riconoscibile, capace di superare gli interessi municipali e di rappresentare l’intera Sibaritide. Su questo terreno ritengo che le risposte finora emerse nel dibattito pubblico siano largamente insufficienti.

La Sibaritide ha bisogno di una guida, non di un palcoscenico, e Corigliano-Rossano dovrebbe comprendere che la leadership non si proclama attraverso comunicati e campagne di immagine, ma si conquista aggregando istituzioni, costruendo alleanze e producendo risultati per l’intera comunità.

Per quanto riguarda Corigliano-Rossano considero indispensabile un deciso cambiamento di metodo: meno autoreferenzialità, più cooperazione istituzionale; meno attenzione alle fortune dei singoli, più capacità di progettare il futuro collettivo.

Proprio per questo appare necessario partire dalle competenze, da un gruppo di progetto autorevole e dalla cornice europea EUSAIR, evitando che anche questa iniziativa venga assorbita dalle consuete logiche di appartenenza e di potere.

Mazza ha avuto il merito di indicare un orizzonte più grande delle nostre divisioni. Sarebbe già un segnale preoccupante se una proposta di tale respiro non riuscisse neppure a suscitare una riflessione seria in una classe dirigente troppo spesso assorbita dalle proprie dinamiche di potere.

Una comunità può sopportare gli errori della politica e persino le occasioni mancate, ma ha il diritto di pretendere che chi la governa dedichi alla costruzione del suo futuro almeno la stessa attenzione che riserva alla propria immagine pubblica.

La politica locale può continuare a compiacersi dei propri presunti successi, elevando troppo spesso a grandi conquiste ciò che appartiene all’ordinaria amministrazione, senza incidere significativamente sul benessere della collettività. Dovrebbe però comprendere che, mentre si consuma nell’autoreferenzialità e nella propaganda, il futuro prende altre strade. E quelle strade, una volta imboccate altrove, non sempre riportano a Corigliano-Rossano. La vicenda Baker Hughes ne è una dimostrazione concreta.

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