L’agguato di Lattughelle, costato la vita a Silvana Sibarelli e nel quale è rimasto ferito Damiano Pepe, impone una riflessione sulla capacità dello Stato di prevenire la violenza mafiosa. Il rischio di nuove vendette, il silenzio di una parte della politica, la vulnerabilità dell’economia e la necessità di rafforzare la presenza investigativa nella Sibaritide.
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Una donna uccisa, un uomo ferito a colpi d’arma da fuoco, un territorio che torna a confrontarsi con la violenza della criminalità organizzata. L’agguato avvenuto nella notte tra il 23 e il 24 ottobre in contrada Lattughelle, nell’area di Cassano all’Ionio, è costato la vita alla 64enne Silvana Signorelli, moglie di Damiano Pepe, rimasto ferito e ricoverato a Cosenza. Saranno gli investigatori a ricostruire responsabilità, movente e dinamica dell’azione criminale. Non spetta a noi anticipare conclusioni giudiziarie, né attribuire responsabilità prima che siano accertate. Ma c’è una domanda che non possiamo permetterci di rinviare: che cosa accadrà adesso? Se l’agguato dovesse inserirsi in una resa dei conti interna agli ambienti della criminalità organizzata, il rischio di una risposta violenta sarebbe concreto. La storia delle guerre di mafia insegna che un omicidio può diventare il punto di partenza di una catena di vendette, regolamenti di conti e nuove vittime. Non è una previsione, né una certezza. È uno scenario che le istituzioni hanno il dovere di valutare prima che possa materializzarsi.
La vera domanda è perché non si riesca a prevenire
Ogni volta che si verifica un delitto di questa gravità, il dibattito pubblico si concentra sulla necessità di aumentare gli uomini e i mezzi a disposizione delle forze dell’ordine. È una questione reale, che riguarda organici, risorse, presidi territoriali e capacità operativa. Ma non può essere l’unica risposta. La criminalità organizzata non nasce nel momento in cui qualcuno preme il grilletto. Prima di un agguato possono esserci tensioni, interessi contrapposti, rotture di equilibri, alleanze e rivalità. Dinamiche che maturano nel tempo, spesso all’interno di organizzazioni strutturate e radicate sul territorio. Quanto riesce lo Stato a conoscere di ciò che accade dentro questi ambienti? Quanto riesce ad anticipare? È qui che si apre il tema dell’intelligence investigativa, della capacità di raccogliere informazioni, interpretare segnali e individuare situazioni di rischio prima che degenerino. Naturalmente nessun apparato investigativo può garantire la prevenzione assoluta di ogni omicidio. Le indagini si svolgono entro precisi limiti giuridici e operativi, e non ogni progetto criminale lascia tracce intercettabili. Ma proprio per questo occorre interrogarsi sull’adeguatezza degli strumenti disponibili e sulla capacità di coordinamento tra gli organismi dello Stato. Non basta individuare gli assassini dopo un delitto. La sfida più difficile è impedire che il prossimo omicidio venga commesso.
Il silenzio della politica e una mobilitazione che non arriva
In queste ore i mezzi di informazione hanno raccontato l’agguato, ricostruito i precedenti, raccolto informazioni e proposto interpretazioni. È il loro compito. Quello che colpisce, invece, è la limitata attenzione che il tema della criminalità organizzata riceve nel confronto politico quotidiano, soprattutto quando si tratta di affrontarlo in maniera sistematica. Si scende in piazza per difendere un collegamento ferroviario, si protesta contro il caro carburante, ci si mobilita per la sanità, il lavoro e le infrastrutture. Sono battaglie legittime, spesso necessarie. Ma quando si parla di ‘ndrangheta, di estorsioni, di controllo criminale del territorio, di omicidi e di possibili guerre tra cosche, dove sono le grandi mobilitazioni? Dove sono i confronti pubblici, le iniziative permanenti, le richieste condivise alle istituzioni? Perché la sicurezza non riesce a diventare una priorità collettiva con la stessa intensità di altre emergenze? Non sono mancati interventi istituzionali. Il sindaco di Cassano all’Ionio, Gianpaolo Iacobini, ha preso posizione dopo l’agguato, chiedendo anche un confronto in sede di Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica. È intervenuto anche il vescovo di Cassano, monsignor Francesco Savino. Il senatore Ernesto Rapani ha rilanciato la necessità di rafforzare il presidio dello Stato, prospettando nuovamente l’impiego dell’Esercito attraverso l’operazione Strade Sicure e l’elevazione a Gruppo dell’attuale organizzazione territoriale dei Carabinieri, questione che intende sottoporre al ministro competente. Sono iniziative e proposte che meritano di essere esaminate nel merito, distinguendo le esigenze di controllo del territorio dalle attività investigative specialistiche. Resta però la necessità di un confronto politico più ampio, capace di coinvolgere amministratori, rappresentanti parlamentari, istituzioni regionali, associazioni e organizzazioni economiche. La lotta alla ‘ndrangheta non può diventare un argomento pubblico soltanto quando c’è un morto da piangere.
«Si ammazzano tra di loro»: la frase che non possiamo accettare
C’è poi un atteggiamento ancora più preoccupante, che emerge talvolta nelle conversazioni quotidiane e nei commenti sui social. «Si ammazzano tra di loro». Una frase pronunciata quasi con indifferenza, come se un omicidio potesse essere considerato meno grave in ragione dei precedenti o delle presunte appartenenze criminali delle persone coinvolte. È un ragionamento che respingo profondamente. La vita umana non può essere sottoposta a una graduatoria morale. Lo Stato non può decidere chi proteggere sulla base della reputazione, dei precedenti giudiziari o dell’ambiente sociale di provenienza. E soprattutto, un conflitto tra gruppi criminali non rimane necessariamente confinato ai suoi protagonisti. Le armi sparano nei centri abitati, nelle campagne, nelle abitazioni, lungo le strade. La violenza può colpire familiari, persone estranee e cittadini che non hanno alcun rapporto con gli ambienti criminali. La morte di Silvana Signorelli impone, prima di ogni altra considerazione, rispetto per una vita spezzata e per il dolore che ne deriva. Non possiamo abituarci agli omicidi. Non possiamo considerarli una componente inevitabile della vita di un territorio. L’indifferenza verso la violenza mafiosa è una forma di arretramento civile.
La ‘ndrangheta non riguarda soltanto chi frequenta certi ambienti
C’è un’altra convinzione da superare: quella secondo cui la criminalità organizzata sarebbe un problema che riguarda esclusivamente chi ne fa parte. Molti cittadini non incontrano direttamente un esponente della ‘ndrangheta, non ricevono minacce e non subiscono richieste estorsive. Per questo possono percepire il fenomeno come distante dalla propria vita quotidiana. Ma la criminalità organizzata incide sull’economia, sulla concorrenza, sulla libertà d’impresa e sulla possibilità stessa di sviluppo. La conoscono gli imprenditori che subiscono intimidazioni. La conoscono i commercianti ai quali viene chiesto il pizzo. La conoscono quanti sono costretti a confrontarsi con pressioni, condizionamenti o tentativi di imposizione di fornitori e servizi. E la subiscono indirettamente anche i cittadini, quando il mercato viene alterato, gli investimenti scoraggiati e le opportunità economiche sottratte a chi opera rispettando le regole. La ‘ndrangheta non è soltanto un’organizzazione che esercita violenza. È anche un sistema di potere economico, capace di cercare consenso, relazioni e accesso alle risorse. Per questo il contrasto non può essere limitato alla risposta successiva ai fatti di sangue.
La nuova Statale 106 e gli interessi sulle grandi opere
La Sibaritide attraversa una fase nella quale importanti investimenti infrastrutturali possono modificare le prospettive economiche del territorio. Tra questi assume particolare rilievo la nuova tratta Sibari-Rossano della Statale 106 Ionica, un’opera destinata a mobilitare risorse, imprese, lavorazioni e attività collegate. Sarebbe irresponsabile sostenere, senza elementi investigativi, che specifiche organizzazioni criminali siano già coinvolte nei lavori o nelle procedure relative a quest’opera. Ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorare che i grandi appalti pubblici rappresentano, in generale, un settore esposto ai tentativi di infiltrazione mafiosa. Subappalti, movimento terra, trasporti, forniture, servizi e gestione della manodopera sono ambiti nei quali la prevenzione deve essere particolarmente rigorosa. Occorrono controlli sulle filiere economiche, verifiche antimafia, tracciabilità, monitoraggio delle imprese e attenzione ai possibili tentativi di condizionamento. La realizzazione di un’infrastruttura deve produrre sviluppo, occupazione e opportunità per l’economia legale. Non può trasformarsi in un’occasione di rafforzamento dei poteri criminali. La sicurezza di un territorio si misura anche dalla capacità di proteggere i suoi investimenti.
Da Cirò a Cassano, una storia criminale che non può essere ignorata
Il problema assume una dimensione ancora più significativa se osserviamo la geografia criminale che interessa la fascia ionica calabrese. Dal Crotonese alla Sibaritide, da Cirò fino all’area di Cassano all’Ionio, le vicende giudiziarie degli ultimi decenni hanno documentato la presenza di organizzazioni di ‘ndrangheta radicate e capaci di esercitare un’influenza significativa. Si tratta di territori segnati da omicidi, faide, operazioni antimafia, processi e ricostruzioni investigative che hanno portato alla luce strutture e interessi criminali. Non tutte queste realtà sono sovrapponibili, né è corretto immaginare un unico sistema criminale indistinto. Esistono storie, equilibri e dinamiche differenti. Ma la dimensione territoriale del fenomeno suggerisce una domanda precisa: l’attuale organizzazione dei presidi investigativi e giudiziari è pienamente adeguata alla complessità di quest’area? La risposta non può essere affidata alle impressioni. Occorre un’analisi delle esigenze operative, dei carichi investigativi, delle risorse disponibili e della capacità di seguire in maniera continuativa l’evoluzione delle organizzazioni criminali. Perché la memoria degli omicidi non può limitarsi agli archivi dei giornali e ai fascicoli giudiziari. Deve diventare conoscenza, prevenzione e programmazione istituzionale.
Una presenza decentrata dell’Antimafia nella Sibaritide
È proprio alla luce di queste considerazioni che ritengo necessario aprire una riflessione sull’ipotesi di una presenza operativa decentrata della Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro nell’area della Sibaritide. Non si tratta di chiedere una nuova struttura per ragioni di prestigio territoriale, né di mettere in discussione il lavoro dei magistrati e degli investigatori che già operano contro la criminalità organizzata. Si tratta di valutare se una presenza più prossima, stabile e strutturata possa favorire il coordinamento investigativo, la conoscenza delle dinamiche locali e la continuità dell’azione di contrasto. La fattibilità di un simile presidio richiederebbe naturalmente verifiche sull’ordinamento giudiziario, sulle competenze della Procura distrettuale e sulle risorse necessarie. Ma il tema merita almeno di essere affrontato. La Sibaritide non può essere considerata una periferia giudiziaria soltanto perché distante dai principali centri amministrativi. La sua estensione, la storia criminale, il tessuto economico e le prospettive di sviluppo giustificano una valutazione approfondita degli strumenti di contrasto disponibili. Accanto a questo, occorre rafforzare il lavoro delle forze dell’ordine, sostenere le attività investigative e garantire protezione a chi denuncia estorsioni e intimidazioni. La presenza dello Stato non si misura soltanto attraverso il numero delle pattuglie. Si misura nella capacità di conoscere il territorio, individuare i rischi, proteggere le persone e colpire gli interessi economici delle organizzazioni criminali.
Non possiamo aspettare il prossimo agguato
Il punto centrale è questo: non sappiamo se l’agguato di Lattughelle avrà conseguenze sul piano degli equilibri criminali. Non sappiamo se qualcuno tenterà una vendetta, né quali sviluppi potranno emergere dalle indagini. Sappiamo però che il territorio ha già conosciuto il prezzo delle guerre di mafia. E sappiamo che aspettare un altro omicidio per tornare a parlare di sicurezza significherebbe ripetere uno schema che conosciamo fin troppo bene. Servono iniziative istituzionali, una valutazione concreta dei rischi, un confronto con il Governo e con i vertici della magistratura competente. Serve una politica capace di chiedere risposte precise, senza trasformare ogni tragedia in una disputa tra schieramenti. Serve anche una società civile che non consideri la lotta alla ‘ndrangheta un tema riservato agli investigatori, ai magistrati o ai giornalisti. Le associazioni, le scuole, le imprese, gli ordini professionali e le amministrazioni locali hanno un ruolo nella costruzione di una cultura della legalità che non si esaurisca nelle commemorazioni. La sicurezza è una condizione essenziale della libertà. Senza sicurezza, un imprenditore può rinunciare a investire, un commerciante può avere paura di denunciare, un cittadino può perdere fiducia nelle istituzioni. E quando la paura diventa abitudine, la criminalità conquista uno spazio che non dovrebbe appartenerle.
La responsabilità di impedire altre morti
La morte di Silvana Sibarelli non deve diventare soltanto l’ennesima notizia di cronaca destinata a scomparire dopo qualche giorno. L’agguato a Damiano Pepe pone interrogativi investigativi che spettano alla magistratura e alle forze dell’ordine. Ma pone anche una questione pubblica che riguarda la capacità delle istituzioni di proteggere il territorio. Non chiedo allo Stato di promettere l’impossibile. Nessuno può garantire che non ci saranno più omicidi. Chiedo però che si valuti seriamente ogni misura utile a ridurre il rischio di nuove violenze, che si rafforzi la capacità preventiva e che la criminalità organizzata torni al centro dell’attenzione istituzionale anche quando non ci sono sirene, sangue e telecamere. La politica ha il diritto di discutere sulle soluzioni. Ha il dovere di confrontarsi sui risultati. E deve saper distinguere le dichiarazioni di circostanza dagli interventi concreti. Non possiamo continuare a indignarci per qualche giorno, chiedere maggiore sicurezza e poi tornare alla normalità fino al prossimo fatto di sangue. La domanda non è soltanto chi abbia ucciso Silvana Sibarelli. A quella dovranno rispondere gli investigatori. La domanda che dobbiamo porci tutti è un’altra: che cosa siamo disposti a fare, da oggi, per impedire che nella Sibaritide ci sia un’altra Silvana Sibarelli? Perché uno Stato autorevole non si limita a contare i morti e ad arrestare i responsabili. Uno Stato autorevole deve fare tutto ciò che è concretamente possibile per evitare che quei morti ci siano.






