L’editoriale di Matteo Lauria – C’è qualcosa di profondamente preoccupante nel modo in cui una parte della società utilizza i social network. Non per confrontarsi, non per discutere, non per esprimere legittimamente un’opinione diversa, ma per insultare, ridicolizzare, offendere e tentare di umiliare chi ha il coraggio di metterci la faccia. Ne abbiamo avuto una dimostrazione dopo aver pubblicato un intervento della giovane Giorgia Rossi. Un contributo che, come qualsiasi opinione, poteva essere condiviso, contestato, discusso e persino criticato duramente. È il sale della democrazia. È il fondamento della libertà di espressione. E invece, accanto alle legittime osservazioni, sono arrivati commenti offensivi, dileggi gratuiti, espressioni volgari e attacchi personali che nulla hanno a che vedere con il confronto delle idee.
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E sia chiaro: non sto difendendo una posizione politica, né intendo stabilire chi abbia ragione e chi torto. Sto difendendo un principio molto più importante, che dovrebbe appartenere a tutti, indipendentemente dalle convinzioni personali: il diritto di esprimere liberamente il proprio pensiero senza diventare il bersaglio di una pubblica umiliazione. Si può essere completamente in disaccordo con Giorgia Rossi. Si possono contestare le sue parole, le sue valutazioni, le sue conclusioni. Ma non esiste alcuna ragione che giustifichi l’insulto personale, la volgarità o il tentativo di screditare una giovane donna semplicemente perché ha espresso un’opinione.
La libertà di critica non è una licenza di offendere.
E sarebbe opportuno ricordare a chi utilizza i social come una zona franca che la rete non è un territorio sottratto alla legge. La diffamazione è un reato previsto dal nostro ordinamento. Anche la calunnia è un reato, sebbene abbia presupposti giuridici differenti e non debba essere confusa con il semplice insulto. Le condotte che superano i limiti della legittima critica possono avere conseguenze penali o civili, quando ne ricorrono gli estremi. Nessuno gode di un’immunità speciale perché scrive dietro uno schermo. E neppure un profilo falso garantisce automaticamente l’anonimato o l’impunità. Forse qualcuno dovrebbe ricordarsene prima di trasformare una tastiera in uno strumento di aggressione verbale.
Ma questa vicenda offre l’occasione per affrontare una questione ancora più ampia: il rapporto tra le nuove generazioni, la protesta e il giudizio spesso sprezzante degli adulti. Voglio essere chiaro anche su questo punto. La protesta è legittima. Il dissenso è legittimo. Scendere in piazza per manifestare contro una decisione politica, una situazione sociale o un’ingiustizia percepita è un diritto che appartiene a tutti, giovani compresi. Non sono invece accettabili le devastazioni, le aggressioni, gli atti vandalici e la violenza. Distruggere beni pubblici o privati non rafforza una protesta, ma ne compromette le ragioni e rischia di oscurarne i contenuti. Questa distinzione, però, deve essere rispettata anche da chi giudica. Altra cosa è, pur vera, che per non risultare invisibili occorra giungere ad atti estremi. E questo è un tema che deve chiamare in causa la sensibilità dell’intera classe dirigente !
Altro punto irriguardoso nei confronti delle nuove generazioni è quello di liquidare ogni giovane manifestante come un individuo manipolato, incapace di pensare con la propria testa. È una semplificazione offensiva. È uno schiaffo all’intelligenza di ragazzi e ragazze che possono avere convinzioni autentiche, sensibilità politiche, preoccupazioni per il futuro e motivazioni profonde. I giovani possono sbagliare, certamente. Possono essere impulsivi, possono esprimere giudizi discutibili e sostenere posizioni che non condividiamo. Ma questo vale anche per gli adulti. Perché mai dovremmo presumere che un ragazzo che manifesta sia necessariamente manovrato da qualcuno? Perché non possiamo accettare che abbia maturato autonomamente una convinzione, che senta il bisogno di difenderla e che scelga di farlo pubblicamente?
E soprattutto, chi ha stabilito che la manipolazione sia una prerogativa esclusiva delle nuove generazioni? Se vogliamo affrontare seriamente questo argomento, allora dovremmo avere il coraggio di guardare anche al mondo degli adulti. Siamo davvero convinti che gli adulti siano immuni dalla propaganda, dalle informazioni distorte, dagli slogan ripetuti ossessivamente, dalle narrazioni costruite per orientare il consenso? Basta osservare il dibattito politico, le discussioni televisive e soprattutto quello che accade quotidianamente sui social per comprendere quanto sia fragile questa convinzione.
Quante persone adulte condividono notizie senza verificarle? Quante assumono come verità assolute le parole del proprio riferimento politico? Quante si lasciano trascinare da campagne di indignazione, ricostruzioni parziali e messaggi confezionati per alimentare rabbia e divisioni? La manipolazione non ha età. E, se proprio vogliamo parlare di cattivi esempi, spesso sono gli adulti a offrirne i più evidenti.
Sono gli adulti che dovrebbero insegnare il rispetto delle opinioni diverse. Sono gli adulti che dovrebbero dimostrare come si affronta una discussione senza scadere nell’insulto. Sono gli adulti che dovrebbero spiegare ai giovani che la democrazia non consiste nell’eliminare chi la pensa diversamente, ma nel riconoscergli il diritto di esprimersi. E invece, troppo spesso, assistiamo allo spettacolo opposto. Persone che pretendono educazione e rispetto dai ragazzi e poi utilizzano i social per deridere, insultare e delegittimare chiunque non condivida le loro convinzioni.
Con quale credibilità possiamo chiedere ai giovani di rispettare le regole del confronto democratico se siamo noi adulti i primi a calpestarle?
C’è poi un’altra contraddizione che trovo particolarmente grave. Da una parte ci lamentiamo di una generazione disinteressata alla politica, chiusa nei telefoni, distante dai problemi collettivi, incapace di partecipare alla vita pubblica. Dall’altra, quando alcuni giovani decidono di esporsi, prendere posizione e manifestare, li accusiamo di essere ingenui, strumentalizzati o incapaci di comprendere ciò che fanno. Insomma, se non partecipano sono indifferenti. Se partecipano sono manipolati. È un ragionamento che non regge. Non dobbiamo necessariamente condividere le battaglie delle nuove generazioni per riconoscere loro dignità e autonomia di pensiero.
Possiamo criticarle, confrontarci, mettere in discussione le loro idee. Anzi, dobbiamo farlo quando lo riteniamo necessario. Ma con argomenti, non con insulti. Con fatti, non con pregiudizi. Con rispetto, non con arroganza. Ed è proprio qui che torno alla vicenda di Giorgia Rossi. Una giovane ha espresso pubblicamente il proprio pensiero, assumendosene la responsabilità e mettendoci il volto. Chi non è d’accordo ha tutto il diritto di replicare. Ma dovrebbe avere anche la maturità di farlo senza trasformare il dissenso in un’aggressione personale. Perché il coraggio di esporsi non dovrebbe essere punito con il dileggio. E non vorrei che il messaggio trasmesso ai ragazzi fosse proprio questo: se avete un’opinione, tenetevela per voi, perché qualcuno sarà pronto a umiliarvi pubblicamente.






