L’intervento dell’avvocato Antonio Campilongo – Dallo Statuto dei lavoratori all’intelligenza artificiale: la tutela del posto di lavoro non può tradursi in un ostacolo all’occupazione, agli investimenti e alla libertà d’impresa. Quando si analizza la scarsa attrattività del sistema Italia per gli investitori stranieri o si cercano le ragioni che spingono alcune imprese italiane a trasferire all’estero determinate attività, il dibattito si concentra prevalentemente sulla pressione fiscale, sulla burocrazia, sul costo dell’energia e sulla lentezza della giustizia. Sono fattori indubbiamente rilevanti, ma non esauriscono il problema. Esiste un altro elemento che merita una riflessione: l’incertezza nell’applicazione delle regole del diritto del lavoro, soprattutto quando le decisioni imprenditoriali riguardano riorganizzazioni aziendali, innovazione tecnologica e soppressione di posizioni divenute non più necessarie.
Il punto non è mettere in discussione le conquiste sociali del passato, né negare la necessità di proteggere il lavoratore. La questione è un’altra: un sistema di regole nato in un contesto economico profondamente diverso è ancora adeguato a governare le trasformazioni produttive, la competizione internazionale e la rivoluzione dell’intelligenza artificiale? Un ordinamento che intende tutelare il lavoro deve preoccuparsi non soltanto dei diritti di chi è già occupato, ma anche delle condizioni che consentono alle imprese di investire, crescere e creare nuova occupazione.
Lo Statuto dei lavoratori e le nuove sfide dell’economia.
La legge 20 maggio 1970, n. 300, ha rappresentato una conquista fondamentale nella storia del diritto del lavoro italiano. Lo Statuto dei lavoratori ha rafforzato la libertà e la dignità della persona nei luoghi di lavoro, riconoscendo diritti essenziali e ponendo limiti agli abusi nell’esercizio dei poteri datoriali. Quella legge è nata in una realtà produttiva caratterizzata dalla grande fabbrica, dalla catena di montaggio, dalla presenza fisica quotidiana e da mansioni relativamente stabili. Le organizzazioni aziendali erano strutturate secondo gerarchie definite e i processi produttivi cambiavano con una velocità assai inferiore a quella odierna.
Oggi quel modello non è scomparso, ma non rappresenta più l’intera economia. Le imprese operano attraverso piattaforme digitali, reti internazionali, sistemi automatizzati e organizzazioni nelle quali molte attività possono essere svolte senza una presenza fisica continuativa. Le mansioni mutano rapidamente, le competenze diventano obsolete in tempi più brevi e la tecnologia modifica profondamente il fabbisogno di personale.
Il problema, dunque, non è la validità dei principi fondamentali dello Statuto, che conservano gran parte della loro attualità, ma la necessità di aggiornare gli strumenti attraverso cui vengono applicati alle nuove realtà produttive. Una legge può essere stata innovativa e necessaria al momento della sua approvazione e richiedere, dopo oltre mezzo secolo, un aggiornamento delle modalità con cui disciplina fenomeni economici profondamente trasformati. Difendere i diritti conquistati non significa immobilizzare il sistema normativo, ma renderlo capace di proteggere il lavoratore in un mondo del lavoro radicalmente cambiato.
La rivoluzione tecnologica e la progressiva riduzione di alcune mansioni.
Basta osservare quanto è accaduto nel settore bancario. Gli sportelli tradizionali e numerose attività amministrative sono stati progressivamente sostituiti, in tutto o in parte, da bancomat evoluti, piattaforme digitali, applicazioni e sistemi automatizzati. Operazioni che richiedevano la presenza di personale possono oggi essere svolte direttamente dal cliente, in qualsiasi momento e da qualsiasi luogo. Lo stesso fenomeno interessa il commercio, le assicurazioni, la logistica, i servizi amministrativi e numerose attività professionali.
L’intelligenza artificiale sta accelerando questo processo, rendendo automatizzabili anche compiti cognitivi che, fino a pochi anni fa, sembravano richiedere necessariamente l’intervento umano. Non è corretto sostenere che ogni innovazione produca inevitabilmente una diminuzione complessiva dell’occupazione: la tecnologia può generare nuove professioni, aumentare la produttività e creare ulteriori opportunità. È però altrettanto irrealistico ignorare che può ridurre sensibilmente il fabbisogno di personale in determinate funzioni e rendere strutturalmente superflue alcune posizioni lavorative.
È proprio qui che emerge una questione centrale. Quando un’impresa introduce una tecnologia che consente di svolgere la stessa attività con meno personale, la trasformazione organizzativa può diventare necessaria per rimanere competitivi, contenere i costi e sopravvivere in un mercato sempre più concorrenziale. Se, tuttavia, tale trasformazione comporta la soppressione di una posizione lavorativa, occorre garantire che le ragioni economiche e organizzative non diventino un pretesto per sacrificare i diritti del dipendente.
La tutela del lavoratore rimane imprescindibile.
L’esigenza di adattare l’impresa ai cambiamenti tecnologici non può tradursi in una libertà indiscriminata di licenziare, né giustificare il venir meno delle garanzie previste dall’ordinamento. La questione, pertanto, non è contrapporre le esigenze dell’impresa ai diritti del lavoratore, ma individuare un equilibrio che consenta all’attività produttiva di evolversi senza lasciare la persona priva di protezione e, al tempo stesso, senza impedire all’impresa di adeguarsi alle trasformazioni del mercato.
Obbligo di repêchage: il difficile equilibrio tra tutela del lavoro e libertà d’impresa.
L’obbligo di repêchage, elaborato dalla giurisprudenza in materia di licenziamento per giustificato motivo oggettivo, impone al datore di lavoro di verificare l’impossibilità di ricollocare il dipendente in altre mansioni compatibili, evitando il licenziamento quando esistano alternative concrete. Sebbene tale tutela sia fondamentale, la sua applicazione deve considerare le esigenze delle imprese, chiamate a confrontarsi con la competitività internazionale, l’innovazione tecnologica e i continui cambiamenti organizzativi.
Le riorganizzazioni aziendali e le riduzioni del personale possono infatti risultare necessarie per garantire la sostenibilità economica e la continuità dell’attività produttiva. In questo contesto, assume particolare rilievo la ragionevolezza dell’onere probatorio imposto al datore di lavoro. La verifica delle possibilità di ricollocazione deve essere seria e documentata, senza richiedere la dimostrazione dell’inesistenza assoluta di ogni alternativa teoricamente ipotizzabile. È necessario distinguere tra soluzioni concretamente praticabili e ipotesi che comportino modifiche organizzative irragionevoli o economicamente insostenibili.
Il problema riguarda soprattutto le piccole e medie imprese, che dispongono spesso di limitate possibilità di ricollocazione interna. La valutazione del repêchage dovrebbe pertanto considerare la reale disponibilità di posizioni alternative, le competenze del lavoratore e gli eventuali obblighi formativi, senza imporre la creazione di nuove mansioni o una radicale trasformazione dell’organizzazione aziendale. La questione è particolarmente rilevante per le piccole e medie imprese, che dispongono spesso di poche posizioni alternative. La valutazione del repêchage dovrebbe quindi considerare l’effettività della riorganizzazione, le mansioni disponibili, le competenze del lavoratore e gli eventuali obblighi formativi, senza imporre la creazione di nuove mansioni o una radicale trasformazione dell’organizzazione aziendale.
Anche l’innovazione tecnologica e l’automazione possono determinare la scomparsa di alcune mansioni e la nascita di nuove competenze. Per questo, la tutela occupazionale dovrebbe essere accompagnata da investimenti, formazione e riqualificazione professionale, favorendo la ricollocazione quando concretamente possibile. Non si tratta di riconoscere all’impresa una libertà indiscriminata di licenziare, ma di distinguere le decisioni arbitrarie dalle riorganizzazioni effettive, fondate su reali esigenze economiche, produttive od organizzative. La debolezza contrattuale del lavoratore giustifica una protezione specifica, che tuttavia non dovrebbe tradursi in oneri probatori sproporzionati, tali da ostacolare il legittimo esercizio della libertà d’impresa.
Più tutele, meno rigidità: la sfida del lavoro che cambia.
Il mercato del lavoro evolve rapidamente e richiede regole capaci di conciliare i diritti dei lavoratori con le esigenze delle imprese. Modernizzare la normativa non significa cancellare le conquiste del passato, ma renderle compatibili con le nuove sfide economiche e produttive. Un sistema giuridico chiaro, prevedibile e meno rigido può favorire gli investimenti, la competitività e la creazione di occupazione, garantendo al contempo una tutela effettiva contro i licenziamenti illegittimi. Occorre, inoltre, sostenere la formazione continua, la riqualificazione professionale e le politiche attive, affinché nessuno sia lasciato indietro dalle trasformazioni del mercato.
Non si può, tuttavia, ignorare la posizione del datore di lavoro, spesso chiamato a sostenere un pesante carico fiscale e contributivo, oltre a costi burocratici e vincoli normativi che possono frenare la crescita e scoraggiare nuove assunzioni. Pretendere maggiori responsabilità dalle imprese senza alleggerirne il peso economico rischia di trasformare il lavoro da opportunità di sviluppo a fonte di incertezza e difficoltà. Lo Statuto dei lavoratori resta un presidio fondamentale di dignità e diritti. La sfida è costruire un equilibrio concreto tra libertà d’impresa e protezione del lavoratore, attraverso regole moderne, una fiscalità più sostenibile e strumenti efficaci di ricollocazione. Perché difendere il lavoro non significa immobilizzare l’impresa, così come sostenere l’impresa non significa sacrificare il lavoratore. Significa creare le condizioni affinché entrambi possano crescere: meno ostacoli per chi produce, più opportunità per chi lavora e più futuro per il Paese.
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