Le nuove indagini nelle Marche ripropongono una domanda che attraversa decenni di ricostruzioni: perché, nonostante le esperienze, le leggi e gli organismi di controllo, continuiamo a scoprire presunti affari illeciti sui soldi destinati alle popolazioni colpite dai terremoti? Otto arresti, 51 indagati, sequestri per oltre 57 milioni di euro. Sono i numeri dell’operazione “Ricostruzione”, condotta dalla Guardia di Finanza e coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Ancona. Al centro dell’inchiesta, presunte truffe sui finanziamenti destinati alla ricostruzione dopo il terremoto del 2016, infiltrazioni della criminalità organizzata e ipotesi di corruzione negli appalti pubblici. Accuse ancora da accertare nei processi, nel pieno rispetto della presunzione di innocenza.
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Cambiano i territori, cambiano i protagonisti, cambiano le modalità delle presunte frodi. Ma il copione, almeno nelle sue linee essenziali, appare sempre lo stesso. Dall’Irpinia del 1980 all’Aquila del 2009, dall’Emilia del 2012 al Centro Italia del 2016, le vicende giudiziarie hanno più volte mostrato quanto il denaro pubblico destinato alle ricostruzioni possa attirare interessi criminali, imprenditori senza scrupoli e sistemi corruttivi. E allora la domanda non può essere soltanto chi abbia commesso un reato. La vera domanda è perché, dopo oltre quarant’anni di esperienze, non siamo ancora riusciti a costruire un sistema capace di prevenire efficacemente questi fenomeni.
L’Italia non è certo un Paese privo di strumenti di controllo. Abbiamo l’Autorità nazionale anticorruzione, le Direzioni distrettuali antimafia, le procure ordinarie, la Guardia di Finanza, le prefetture, le strutture antimafia e una legislazione articolata in materia di appalti pubblici. Ci sono controlli preventivi, verifiche antimafia, banche dati, obblighi di tracciabilità, procedure di autorizzazione e apparati amministrativi dedicati alla vigilanza. Tutto questo richiede risorse economiche, personale specializzato, investimenti tecnologici e organizzativi. Risorse che vengono sostenute dalla collettività proprio per garantire legalità e trasparenza.
Eppure, periodicamente, emergono nuove indagini che descrivono presunti sistemi di frode capaci di attraversare quei controlli. Non significa che gli organismi di vigilanza non lavorino. Al contrario, operazioni come quella delle Marche dimostrano l’importanza dell’attività investigativa e la capacità delle forze dell’ordine di individuare condotte sospette anche molto complesse. Ma uno Stato non può misurare la propria capacità di contrastare il malaffare soltanto dal numero degli arresti effettuati dopo che i fatti contestati si sarebbero già verificati.
Il successo di un sistema di prevenzione dovrebbe misurarsi anche da quanti illeciti riesce a impedire, da quanti finanziamenti riesce a proteggere e da quante imprese irregolari riesce a tenere lontane dai cantieri prima che il denaro pubblico venga disperso. È qui che emerge il limite più evidente. La magistratura, per sua natura, interviene quando esistono notizie di reato e presupposti per indagare. Non può trasformarsi in un organismo che controlla preventivamente ogni impresa o ogni amministrazione, né può agire sulla base del semplice sospetto che qualcuno, prima o poi, commetterà un illecito.
Ma questo non significa che la prevenzione debba restare un obiettivo astratto. Significa, piuttosto, che occorre costruire un sistema nel quale magistratura, forze investigative, autorità amministrative e organismi di controllo possano valorizzare in maniera sistematica le conoscenze accumulate nelle precedenti ricostruzioni, ciascuno nel rispetto delle proprie competenze. Perché le esperienze ci sono. Le modalità delle frodi sono state studiate. I meccanismi attraverso i quali si possono aggirare i controlli, utilizzare prestanome, alterare fatturazioni o infiltrare i subappalti non rappresentano certo una novità assoluta. Possibile che questo patrimonio di conoscenze non venga trasformato in strumenti di prevenzione più efficaci?
Possibile che, dopo ogni grande inchiesta, non si arrivi a una verifica altrettanto rigorosa delle falle amministrative che hanno consentito i presunti illeciti? Possibile che si continui a intervenire soprattutto quando il danno rischia di essere già stato prodotto?
La questione riguarda anche la politica. E forse soprattutto la politica. Perché è la politica che approva le leggi, organizza le strutture amministrative, definisce le procedure di ricostruzione e decide quali strumenti mettere a disposizione degli organismi di controllo. Ogni terremoto produce nuove norme, ordinanze, commissariamenti, uffici speciali e procedure straordinarie. Strumenti spesso necessari per affrontare emergenze che non possono essere gestite con i tempi ordinari della burocrazia.
Ma ogni nuovo apparato dovrebbe essere accompagnato da una domanda precisa: quali errori delle precedenti ricostruzioni stiamo evitando? Se questa verifica non viene compiuta, il rischio è quello di moltiplicare le strutture senza risolvere le vulnerabilità del sistema. E non basta invocare pene più severe o annunciare nuovi controlli dopo l’ennesima operazione giudiziaria. Servono verifiche tempestive sui beneficiari dei finanziamenti, controlli sostanziali sulle imprese e sui subappaltatori, incroci automatici delle informazioni, trasparenza sui flussi finanziari e soprattutto una responsabilità amministrativa chiaramente individuabile quando emergono anomalie.
La tecnologia oggi consente di analizzare collegamenti societari, concentrazioni sospette di affidamenti, movimenti finanziari anomali e rapporti ricorrenti tra soggetti economici. Non può sostituire un’indagine né stabilire automaticamente una responsabilità penale, ma può aiutare a individuare situazioni che meritano verifiche prima che diventino casi giudiziari. Occorre anche interrogarsi sul costo complessivo di questo meccanismo. Perché quando una ricostruzione viene attraversata da presunte frodi, il conto non si limita alle somme eventualmente sottratte. Ci sono i costi delle indagini, delle procedure giudiziarie, dei sequestri, dei contenziosi e degli eventuali ritardi nei lavori.
E ci sono conseguenze che nessun bilancio riesce a misurare completamente: la sfiducia nelle istituzioni, la penalizzazione delle imprese oneste e l’ulteriore attesa imposta a famiglie che hanno già perso tutto. È questo l’aspetto più grave. Dietro ogni finanziamento per la ricostruzione non c’è soltanto una cifra iscritta in un bilancio pubblico. C’è una casa da ricostruire, un’attività economica da riaprire, una comunità che cerca di tornare a vivere. Chi tenta di speculare su quelle risorse non mette soltanto le mani sul denaro dello Stato. Rischia di sottrarre tempo, opportunità e futuro a persone che hanno già pagato un prezzo altissimo.
L’operazione delle Marche dovrà naturalmente seguire il suo percorso giudiziario. Saranno i magistrati, nel rispetto delle garanzie previste dalla legge, ad accertare eventuali responsabilità. Ma la politica e le istituzioni non devono attendere una sentenza definitiva per affrontare una questione di carattere generale che conosciamo da decenni. Non possiamo continuare a considerare ogni nuova inchiesta come un episodio isolato, dimenticando quanto accaduto prima.
E non possiamo neppure accontentarci di celebrare l’efficienza investigativa quando emerge un presunto sistema criminale, senza domandarci perché i meccanismi di prevenzione non siano stati sufficienti a intercettarlo prima. Uno Stato che impara dai propri errori non dovrebbe limitarsi a scoprire le truffe. Dovrebbe rendere sempre più difficile commetterle. Dopo quarantasei anni dal terremoto dell’Irpinia e dieci da quello del Centro Italia, questa dovrebbe essere una priorità politica e istituzionale.
Perché i terremoti non si possono impedire. Le scosse non si possono prevedere con precisione. Le distruzioni si possono soltanto cercare di limitare attraverso la prevenzione e la sicurezza degli edifici. Ma le truffe, la corruzione e le infiltrazioni criminali non sono calamità naturali. Sono comportamenti umani che uno Stato ha il dovere di contrastare, soprattutto prima che producano danni. Se dopo ogni terremoto dobbiamo aspettarci anche un’inchiesta sugli affari della ricostruzione, allora il problema non è più soltanto chi tenta di truffare lo Stato. È anche perché lo Stato, pur conoscendo da decenni il pericolo, non riesce ancora a prevenirlo abbastanza.






