In Italia è diventato quasi sport nazionale dare addosso a chi emigra per motivi fiscali. L’accusa è sempre la stessa: chi scappa lo fa per egoismo, per non contribuire al bene comune. Ma nessuno si prende la briga di rovesciare la domanda: perché se ne vanno? O meglio ancora: perché l’Italia non lavora per diventare lei stessa un Paese in cui conviene restare?
Il punto è questo. Oggi vivere in Italia da imprenditore o da professionista significa affrontare un sistema che trattiene in media oltre il 42% del proprio reddito. Si lavora quasi sei mesi l’anno per lo Stato. E lo Stato in cambio cosa restituisce? Servizi inefficienti, burocrazia tossica, una giungla normativa che cambia ogni finanziaria, controlli opachi e selettivi, clientelismo e una macchina pubblica che troppo spesso premia l’appartenenza anziché la competenza.
C’è chi grida all’evasione fiscale – ed è giusto combatterla. Ma è anche legittimo domandarsi perché molti cercano soluzioni altrove, nei Paesi dove le tasse sono più leggere, le regole più stabili e lo Stato restituisce servizi in modo rapido ed efficiente. Non è un caso che la cosiddetta “fuga fiscale” colpisca non solo gli evasori, ma anche artisti, sportivi, pensionati, startupper, imprenditori. Tutti ladri? No. Spesso sono solo persone stanche di un sistema che punisce chi produce, non premia chi merita, e lascia indisturbati i furbi veri: quelli con le protezioni politiche, i bilanci truccati, le pensioni d’oro, i doppi incarichi, i dirigenti pubblici milionari.
Le soluzioni esistono, ma non si vogliono vedere
Perché invece di demonizzare chi emigra, non si prova a trattenere? E perché non si inverte la prospettiva, puntando a rendere l’Italia un paradiso fiscale – nel senso sano del termine? Non servono magie. Basterebbe:
- tagliare i carrozzoni pubblici, le partecipate inutili, le consulenze opache;
- potenziare la lotta all’evasione vera, quella dei grandi numeri;
- razionalizzare stipendi e pensioni da capogiro, oggi intoccabili;
- investire davvero in infrastrutture turistiche nelle aree con vocazione naturale;
- introdurre premialità fondate sulla produttività, non sull’anzianità;
- azzerare la corruzione, che ruba ogni anno decine di miliardi;
- rendere davvero indipendenti gli organi di controllo (e farli funzionare).
Con una strategia di lungo periodo, l’Italia potrebbe diventare un Paese in cui si sceglie di restare, non da cui si scappa. Un luogo che attira capitale, non lo respinge. Un territorio che premia la competenza, non l’appartenenza. Un sistema in cui pagare le tasse non è una punizione, ma una scelta sostenibile.
Ma oggi il messaggio è un altro
Oggi si preferisce criminalizzare chi parte, nonostante le ragioni siano spesso chiare. Si difende un modello rigido, costoso, inefficiente, che perde pezzi ogni anno. Eppure le statistiche sono sotto gli occhi di tutti.
I Paesi con la pressione fiscale più alta al mondo
(Fonti: OCSE e Tax Foundation)
- Francia – 45,4%
- Austria – 43,8%
- Belgio – 43,1%
- Italia – 42,1%
- Svezia – 42,0%
- Finlandia – 41,9%
- Germania – 39,9%
- Norvegia – 39,6%
- Spagna – 38,3%
- Portogallo – 37,8%
Eppure le prime della lista, tranne rare eccezioni, offrono servizi pubblici ben superiori a quelli italiani, dalla sanità all’istruzione, dai trasporti alla giustizia. L’Italia resta così intrappolata in un paradosso: tassazione scandinava, servizi balcanici. Chi decide di andarsene non va idolatrato, certo. Ma nemmeno trattato come un traditore. La vera domanda è perché non si fa nulla per convincerlo a restare. Finché questa domanda resterà senza risposta, ogni altra polemica sarà solo ipocrisia.
Matteo Lauria – Direttore I&C
![]() |
![]() |
![]() |
![]() |






