L’editoriale di Matteo Lauria – C’è un aspetto che mi ha colpito più delle polemiche nate attorno al precedente editoriale (https://informazionecomunicazione.it/editoriale-il-silenzio-che-fa-piu-rumore-delle-accuse/) Non riguarda la vicenda da cui tutto è partito, né il contenuto delle denunce o la loro fondatezza, che spetterà eventualmente ad altri accertare. Mi ha colpito il modo in cui molti hanno reagito.
È bastato affrontare il tema della trasparenza perché qualcuno spostasse immediatamente il dibattito sul terreno della politica. Come se chiedere conto dell’operato della pubblica amministrazione significasse automaticamente schierarsi contro un’amministrazione o a favore di un’altra. Come se ogni riflessione dovesse necessariamente essere letta attraverso il filtro dell’appartenenza.
È una deriva culturale che dovrebbe preoccuparci molto più della singola vicenda. In una democrazia matura esistono principi che dovrebbero restare immuni dalle appartenenze politiche. La trasparenza è uno di questi. La legalità è uno di questi. L’uguaglianza dei cittadini davanti alla pubblica amministrazione è uno di questi. Non sono valori di destra o di sinistra. Sono valori della Repubblica.
Eppure, sempre più spesso, accade il contrario. Se una questione riguarda un’amministrazione “amica”, si tende a minimizzarla. Se riguarda quella “avversaria”, diventa improvvisamente uno scandalo. Il principio cessa di essere universale e diventa selettivo. Vale solo quando conviene. È forse questo il vero problema della nostra società. Abbiamo smesso di difendere i principi e abbiamo iniziato a difendere le appartenenze.
Ma un principio non può cambiare colore a seconda di chi governa. Se un cittadino ritiene di aver subito un’ingiustizia, poco importa se il sindaco appartenga a una coalizione di centrodestra, centrosinistra o civica. Il suo diritto a ottenere una risposta rimane identico. Così come rimane identico il dovere delle istituzioni di fornirla.
Qualcuno ha osservato che situazioni simili si sono verificate anche in passato, sotto amministrazioni di diverso orientamento politico. È probabilmente vero. Ma questa constatazione non dovrebbe diventare un alibi. Dovrebbe rappresentare, semmai, la prova che il problema è più profondo e che riguarda un modo di intendere l’amministrazione della cosa pubblica che attraversa le stagioni politiche.
Dire che “è sempre stato così” non significa giustificare ciò che accade oggi. Significa, al contrario, ammettere che per troppo tempo abbiamo considerato normali comportamenti che normali non dovrebbero essere. C’è poi un altro aspetto che merita una riflessione.
Quando un cittadino si rivolge alla pubblica amministrazione e chiede spiegazioni, spesso si trova davanti a un meccanismo difficile da comprendere. Da una parte ci sono gli amministratori eletti, cui spetta l’indirizzo politico e il controllo. Dall’altra i dirigenti e i funzionari, cui competono gli atti di gestione e le responsabilità amministrative. È una distinzione prevista dall’ordinamento e pensata per garantire imparzialità e buon andamento dell’amministrazione.
Il problema nasce quando questa distinzione, anziché rendere più chiaro il sistema delle responsabilità, viene percepita dai cittadini come un continuo rimpallo. Il politico richiama le competenze degli uffici. Gli uffici rivendicano di agire nel rispetto degli indirizzi ricevuti. E chi cerca una risposta resta spesso con la sensazione che nessuno sia realmente chiamato a renderne conto.
Naturalmente non è sempre così. Esistono amministratori e dirigenti che svolgono il proprio ruolo con competenza, correttezza e senso dello Stato. Sarebbe ingiusto generalizzare. Ma quando il cittadino percepisce che la responsabilità si dissolve tra livelli diversi dell’amministrazione, la fiducia nelle istituzioni inevitabilmente si indebolisce. E la fiducia è il patrimonio più prezioso che una comunità possa avere.
Per questo continuo a ritenere che il punto non sia stabilire da quale parte stare. Il punto è decidere se vogliamo essere cittadini o semplicemente tifosi. Il tifoso difende sempre la propria squadra, anche quando sbaglia. Il cittadino difende i principi, anche quando mettono in discussione chi ha votato. È una differenza enorme.
Perché la democrazia non si misura dalla capacità di applaudire chi governa quando tutto va bene. Si misura, soprattutto, dalla capacità di pretendere spiegazioni quando sorgono dubbi. Senza pregiudizi, senza processi sommari e senza trasformare ogni domanda in una battaglia ideologica.
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