Editoriale | Il silenzio che fa più rumore delle accuse

L’editoriale di Matteo Lauria – Ci sono denunce che fanno rumore. E poi c’è un silenzio che ne fa ancora di più. Nei giorni scorsi un imprenditore del settore turistico ha affidato ai social una lunga e articolata denuncia sulla gestione del patrimonio comunale. Non si è limitato a un generico sfogo: ha parlato di accessi agli atti, protocolli, presunte morosità, disparità di trattamento, anomalie amministrative, contenziosi giudiziari e ha dichiarato di aver trasmesso la documentazione alla Procura della Repubblica, alla Guardia di Finanza e alla Corte dei Conti.

Sono accuse pesanti. Gravissime. Ed è proprio per questo che sorprende il silenzio. Attenzione: nessuno può affermare oggi che quelle accuse siano vere. Sarebbe irresponsabile. Così come sarebbe altrettanto irresponsabile liquidarle come fantasie senza averne verificato il contenuto. In uno Stato di diritto non sono i post su Facebook a stabilire la verità. Esistono le istituzioni, gli organi di controllo, la magistratura, il diritto di difesa e il principio di presunzione d’innocenza.

Ma esiste anche un altro principio, troppo spesso dimenticato: quello della trasparenza. Se un cittadino, un imprenditore o un operatore economico sostiene pubblicamente di possedere documenti che dimostrerebbero favoritismi, irregolarità o disparità di trattamento nell’amministrazione della cosa pubblica, la domanda che una comunità dovrebbe porsi non è se simpatizza o meno con chi denuncia. La domanda dovrebbe essere una sola: è vero oppure no?

Invece, troppo spesso, assistiamo a un fenomeno che sembra diventato una prassi. Si evita accuratamente di entrare nel merito. Si preferisce lasciare che tutto scivoli via nel silenzio, come se ignorare un problema fosse il modo migliore per risolverlo. È una dinamica pericolosa. Perché il silenzio non assolve nessuno. Non assolve chi denuncia, se ha raccontato fatti inesistenti. Ma non assolve neppure chi è chiamato in causa, se rinuncia a fornire chiarimenti.

La democrazia vive di confronto, non di omissioni. E le istituzioni rafforzano la propria autorevolezza quando rispondono ai dubbi dei cittadini, non quando sperano che il tempo faccia dimenticare tutto. Forse è anche un problema culturale. Nelle nostre comunità si è diffusa una mentalità che porta spesso a isolare chi denuncia piuttosto che verificare ciò che denuncia. Si discute della persona, delle sue simpatie politiche, dei suoi interessi, del suo carattere. Si prova a delegittimare il messaggero, evitando accuratamente di affrontare il messaggio.

È un meccanismo antico. Ed è il modo più semplice per non affrontare le questioni scomode. Naturalmente nessuno invoca processi mediatici. Nessuno chiede condanne preventive. Sarebbe un errore tanto grave quanto il silenzio. Si chiede, molto più semplicemente, che le istituzioni facciano ciò per cui esistono: verificare. Se quelle accuse sono infondate, venga detto con chiarezza. Si producano gli atti, si forniscano le spiegazioni necessarie e, se del caso, chi ha diffamato risponda davanti alla legge.

Se invece esistono elementi meritevoli di approfondimento, intervengano gli organi competenti e si faccia piena luce. Quello che una comunità non può permettersi è restare sospesa in una terra di nessuno, dove accuse gravissime vengono lanciate e nessuno sente il dovere di dire una parola. Perché il punto, in fondo, non è stabilire oggi chi abbia ragione. Il punto è pretendere che qualcuno cerchi la verità. In una società democratica il contrario della giustizia non è soltanto l’ingiustizia. A volte è l’indifferenza. E il silenzio, quando riguarda la gestione della cosa pubblica, rischia di diventare la forma più inquietante dell’indifferenza.

Articoli correlati: