L’Editoriale | Il futuro non si costruisce tappando buche, ma creando opportunità

Ho visto un reel del capogruppo di Fratelli d’Italia, Guglielmo Caputo, nel quale si rilancia il tema del Lungomare Unico per Corigliano-Rossano. Non entro nel merito della proposta, né della progettualità. Non conosco nel dettaglio il piano dell’attuale amministrazione comunale e ritengo che siano scelte che spettano, legittimamente, alla politica, chiamata dai cittadini ad amministrare e a decidere. C’è però un aspetto che mi ha colpito e che ritengo meriti una riflessione più ampia.

Finalmente si torna a parlare di futuro, di progetti concreti che offrono spunti occupazionali.  Per troppo tempo il dibattito pubblico locale si è consumato sulle polemiche quotidiane: buche, bitume, marciapiedi, piccoli interventi di manutenzione che sono certamente necessari, ma che non possono rappresentare l’orizzonte di una città che ambisce a crescere.

Una comunità non cambia il proprio destino asfaltando una strada in più. Lo cambia immaginando dove vuole essere tra dieci o vent’anni. Il vero tema oggi non è un’opera pubblica in sé. Il vero tema è il lavoro. La capacità è quella di individuare quelle opere in grado di generare indotto economico e occupazionale.  Perché la più grande emergenza del nostro territorio continua ad essere quella del lavoro. Ogni anno decine di giovani partono verso il Centro-Nord o all’estero. Molti lo fanno non per scelta, ma per necessità. E tanti altri tornerebbero anche domani, se solo trovassero condizioni economiche e professionali adeguate.

È da qui che dovrebbe partire ogni discussione. Ogni progetto urbano, ogni investimento infrastrutturale, ogni scelta di pianificazione dovrebbe essere valutata soprattutto per la sua capacità di generare economia, attrarre investimenti, creare occupazione e aumentare le presenze sul territorio. Perché senza persone non esistono città vive.

Diventa difficile immaginare un’isola pedonale in Via Nazionale se manca il flusso di cittadini e visitatori. Diventa complicato riempire piazze bellissime se attorno chiudono le attività commerciali. Diventa quasi inutile investire milioni in restyling urbani se poi i giovani continuano a fare le valigie. Prima bisogna creare le condizioni affinché la città torni ad essere attrattiva.

Servono politiche di decentramento amministrativo con proposte serie, spendibili, e adeguate ai tempi. Servono nuovi insediamenti produttivi. Servono aree attrezzate per le imprese e non solo. Servono investimenti che incentivino il turismo, il commercio e i servizi. Serve una visione capace di mettere insieme sviluppo economico, qualità urbana e sostenibilità.

E, insieme a tutto questo, serve recuperare la cultura del bello. I centri storici non possono essere lasciati al degrado. Le periferie hanno bisogno di colore, di arredo urbano, di spazi pubblici curati, di identità. Perché una città bella è anche una città che genera appartenenza, che invita a restare e che sa accogliere chi arriva. La politica dovrebbe confrontarsi sempre di più su questi temi.

Non su chi inaugura una rotatoria o su chi asfalta cento metri di strada, ma su quale idea di città vuole lasciare alle prossime generazioni. Il confronto può e deve essere acceso. Le idee possono essere diverse. Le opere possono essere discusse. Ma è positivo quando il dibattito pubblico si sposta dalle emergenze quotidiane alla costruzione di una visione. Perché il futuro di Corigliano-Rossano non dipenderà soltanto da un lungomare, da una piazza o da una strada. Dipenderà dalla capacità di creare lavoro. E senza lavoro, nessuna città può davvero avere un futuro. Meno fumo, più fatti.

Articoli correlati: