EDITORIALE| Spìngimi che cammino: il male silenzioso del Sud

In Calabria, e più in generale al Sud, c’è un modo di dire che racconta tutto: «Muttim ca camign». Spingimi che cammino. È l’immagine perfetta di un vizio antico, ma oggi più vivo che mai: serve sempre qualcuno che ti sproni, che ti rincorra, che ti ricordi cosa devi fare. Altrimenti ci si ferma, si lascia correre, si tira a campare. È una malattia sottile, che non si vede ma si sente ovunque: nei bar pieni a metà mattina, negli uffici dove il tempo scorre più lento, nelle imprese che arrancano non per mancanza di idee, ma per mancanza di voglia. Un’apatia che diventa costume. La quotidianità pesa più della speranza, e la stanchezza vince sulla passione.

Il lavoro, da queste parti, sembra una fatica inutile. Le nuove generazioni, spesso, non hanno pazienza: pretendono tutto e subito, anche senza esperienza. Non c’è più il senso della gavetta, dell’imparare facendo. Vogliono lo stipendio, non il mestiere. Ma senza mestiere non c’è futuro, e senza futuro non c’è orgoglio.

La verità è che mancano figure capaci di accendere le persone. Nelle imprese, nella pubblica amministrazione, ovunque. Servirebbe qualcuno che sappia gestire l’energia umana, che motivi, che richiami al dovere e alla dignità. Invece trovi chi è protetto, chi sta lì per conoscenza, chi non solo non produce, ma spegne anche gli altri. Sono i veri parassiti del sistema: generano diseconomia, rallentano tutto, svuotano di senso il lavoro di chi ci crede davvero.

Eppure, basterebbe poco. Un po’ di orgoglio. Un po’ di fuoco dentro. La consapevolezza che lavorare bene non è un favore a nessuno, ma una forma di libertà personale. Finché continueremo a dire «spìngimi che cammino», resteremo fermi o lenti. E il Sud, con tutta la sua bellezza e la sua intelligenza, continuerà a guardarsi allo specchio senza riconoscersi.

Matteo Lauria – Direttore I&C

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