L’editoriale di Matteo Lauria – ll generale rivendica fermezza e coerenza. In Calabria, però, attorno a Futuro Nazionale si avvicinano anche figure abituate a non disturbare gli equilibri del potere. -Roberto Vannacci prende posizione. Lo fa con decisionismo, fermezza e un linguaggio che non cerca mediazioni. Le sue idee possono essere condivise o respinte, giudicate giuste o profondamente sbagliate, ma difficilmente vengono espresse in modo ambiguo.
La nettezza, però, non certifica la bontà di una posizione. Parlare senza filtri non significa necessariamente avere ragione e alzare la voce non equivale a governare bene. Tuttavia, nel panorama politico attuale, la chiarezza — anche quando divide — esercita una forza evidente su cittadini stanchi di formule prudenti, compromessi continui e promesse intercambiabili.
Oggi Vannacci è alla guida di Futuro Nazionale ed è indicato dal Parlamento europeo come esponente del partito nel gruppo Europa delle Nazioni Sovrane. In Calabria il movimento sta cercando di consolidare la propria presenza, arrivando anche a candidare alle suppletive di Reggio Calabria un ex parlamentare di Forza Italia. È il segnale di un progetto che non vuole limitarsi alla protesta, ma punta a costruire rappresentanza e classe dirigente. È proprio qui che nasce il paradosso.
Tra coloro che sembrano pronti ad “arruolarsi” — per utilizzare un termine familiare al generale — compaiono anche persone che, almeno nella realtà calabrese, non hanno costruito la propria storia pubblica attraverso battaglie nette e posizioni scomode. Figure prudenti, spesso amiche di tutti, capaci di attraversare stagioni e schieramenti senza disturbare poteri, lobby ed equilibri consolidati. Profili molto diversi dall’immagine che Vannacci propone di sé.
Se il generale si presenta come l’uomo che rompe gli schemi, che cosa cercano accanto a lui quanti negli schemi hanno vissuto comodamente? Hanno improvvisamente scoperto il coraggio politico oppure hanno semplicemente individuato un nuovo spazio elettorale? Vogliono cambiare il sistema o soltanto trovare posto nel prossimo assetto di potere?
Salire sul carro di chi appare vincente è una pratica antica. La politica italiana ne offre esempi in abbondanza. Ma il problema non è soltanto l’opportunismo individuale. Il punto decisivo riguarda la qualità della classe dirigente che Futuro Nazionale intende selezionare.
Che cosa accadrebbe se gli attuali simpatizzanti diventassero domani consiglieri comunali, assessori, sindaci o parlamentari? Continuerebbero a praticare l’equilibrismo che ha segnato il loro percorso oppure assumerebbero finalmente posizioni riconoscibili? Avrebbero la libertà di contrastare interessi forti e rendite locali o tornerebbero a cercare accordi con tutti, pur di conservare l’incarico?
Vannacci, almeno nella rappresentazione pubblica che ha costruito, non è un equilibrista. La contraddizione diventerebbe quindi evidente: un leader che promette rottura sostenuto nei territori da persone specializzate nella continuità.
Il rischio è quello già visto con altri partiti e movimenti. Prima il linguaggio incendiario, la denuncia del sistema e la promessa di mandare tutto all’aria. Poi, ottenuti i voti e conquistate le istituzioni, l’adattamento agli stessi poteri che si dichiarava di voler combattere. Cambiano i simboli, le parole d’ordine e i protagonisti in prima fila; nelle retrovie restano le solite logiche.
Per evitare questa deriva non bastano i comizi. Servono criteri rigorosi nella scelta delle persone, trasparenza sulle provenienze politiche, competenza amministrativa e una storia personale coerente con gli impegni proclamati. Chi oggi invoca coraggio dovrebbe spiegare quando lo ha dimostrato. Chi promette di difendere il territorio dovrebbe indicare quali battaglie ha combattuto quando farlo non portava voti, incarichi o visibilità.
La Calabria non ha bisogno dell’ennesimo contenitore nel quale ricollocare notabili, trasformisti e aspiranti amministratori. Ha bisogno di persone capaci di esporsi prima che una battaglia diventi conveniente; di denunciare ciò che non funziona anche quando significa perdere relazioni, opportunità e protezioni.
La vera prova per Vannacci non sarà riempire sale, aprire comitati o attrarre candidati provenienti da altri partiti. Sarà dimostrare che la sua promessa di rottura vale anche nella selezione della classe dirigente. Altrimenti il decisionismo del capo servirà soltanto a coprire l’ambiguità dei seguaci.
Le domande, dunque, non riguardano soltanto il generale. Riguardano soprattutto chi oggi gli si avvicina: perché proprio adesso? Per difendere quali idee? Con quali atti precedenti? E con quale disponibilità a rinunciare a un incarico quando la coscienza dovesse imporlo? Sono domande politiche, ma prima ancora sono domande di coscienza. Perché la politica non dovrebbe essere una scorciatoia verso un posto di governo. Dovrebbe essere, prima di tutto, un atto d’amore per la propria terra.
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