Il musicista Checco Pallone avverte: «Non riduciamo la tradizione a numeri e incassi» | VIDEO

La musica popolare in Calabria è un universo che affonda nelle radici di un territorio complesso, ricco di sonorità, strumenti, danze e racconti che hanno attraversato i secoli. Oggi, però, questa stessa tradizione sembra vivere un momento particolare, tra riscoperta e rischio di snaturamento. A parlarne è Checco Pallone, musicista calabrese noto per il suo impegno e le sue collaborazioni, che riflette sui cambiamenti in corso e sul modo in cui la società calabrese si sta rapportando con il patrimonio sonoro della propria terra. «La musica tradizionale in Calabria, e in generale nel Sud Italia, vive in maniera ciclica, con periodi di grosso fermento e altri invece di buio» afferma. «Spesso questi momenti di buio coincidono con la mancanza di ricerca culturale e di proposte autentiche. Non è un problema solo calabrese, ma nazionale». Negli ultimi anni si nota una crescente attenzione, quasi un tentativo di replicare in Calabria ciò che è accaduto in Puglia con il modello Taranta, diventato marchio culturale e attrattore turistico. Ma secondo Pallone il paragone è parziale e rischioso. «La tradizione non è fatta per tutti. La musica tradizionale è tutto tranne che questo. È come il jazz o la musica classica: non nasce per essere di massa. Il tradimento avviene quando si pensa che debba andare bene per le orecchie di tutti». Questa riflessione apre a un nodo cruciale: il rapporto tra numeri e qualità.

Il peso dei grandi eventi

In Calabria ci sono esperienze diverse: piazze gremite per interpreti popolari molto seguiti, come Cece Barretta, ma anche piccoli festival in borghi o aree naturali, con poche centinaia di spettatori. Due mondi che sembrano lontani, ma che si intrecciano nel discorso più ampio sulla funzione della musica tradizionale. «Non deve essere il numero delle persone presenti a stabilire se un evento è valido o meno» continua Pallone. «Io stesso ho suonato davanti a 20 mila persone, con artisti noti, ma non è quello il punto. La tradizione deve essere vissuta insieme a chi appartiene a quel luogo. E questo implica necessariamente numeri ridotti». Il musicista racconta episodi che mostrano la differenza: momenti vissuti nei boschi, tra musica, convivialità e rispetto per lo spazio. «Dopo aver suonato, si mangia insieme e poi si torna a suonare. Questa è la tradizione: un metodo di vita, non un semplice concerto. È il gusto di stare insieme, che purtroppo si è perso». Nell’epoca dei festival e dei grandi palchi, questo approccio rischia di apparire controcorrente. Ma per Pallone è il cuore stesso della musica popolare. Se l’evento si chiude con la fine del concerto, senza lasciare traccia nella comunità, resta spettacolo, non cultura.

Business, mercato e identità

Il nodo del mercato è inevitabile. «Il business è un nemico della cultura, se diventa l’unico parametro. Devi fare business, va benissimo, ma non basta. La cultura deve essere rivolta anche a piccoli numeri, perché dai piccoli numeri nascono nuove idee e nuovi sentimenti». La riflessione tocca un punto delicato: il rischio di omologazione. «Se guardiamo solo ai numeri, rischiamo di essere tutti uguali. L’individuo deve restare al centro: chi suona, chi parla, chi si confronta. Non l’evento come macchina di intrattenimento. I grandi eventi sono importanti, ma non bisogna dimenticare la necessità assoluta di fare cultura nei piccoli contesti». È un discorso che investe anche la politica culturale regionale. «In Calabria si sta commettendo un errore politico: valutare gli eventi solo sulla base della partecipazione numerica. La cultura non si misura così. Bisogna ridare valore ai luoghi e alle comunità. Solo così la musica popolare può restare viva e non trasformarsi in prodotto da consumo veloce». Queste parole risuonano come monito in un periodo in cui la musica popolare calabrese vive una fase di forte visibilità, con piazze piene e un’attenzione mediatica crescente. Ma la sfida, secondo Pallone, non è cavalcare la moda: è salvaguardare l’autenticità. Il confronto con la Puglia è inevitabile. La Taranta è diventata fenomeno internazionale, ma anche oggetto di critiche per la sua trasformazione in spettacolo. In Calabria, invece, il fenomeno è più frammentato, e forse proprio per questo conserva margini di autenticità. «Il modello Taranta non va copiato. La Calabria deve trovare la sua strada, recuperando le sue sonorità, i suoi luoghi e le sue storie». Da queste riflessioni emerge un’idea chiara: la musica popolare non è solo repertorio da palco, ma metodo di vita, occasione di incontro e confronto. È memoria che diventa presente, comunità che si racconta attraverso il suono. E per questo, non può essere ridotta a numeri e incassi.

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