Di Antonio Caruso
Il recente accordo tra ENAC, Regione e Comune di Scalea solleva polemiche roventi. Mentre si scommette su un territorio da 60mila abitanti, la Sibaritide — motore demografico e produttivo della regione — viene relegata al ruolo di spettatrice impotente. È la solita, amara storia di una Calabria a due velocità.
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La recente firma tra l’Ente Nazionale per l’Aviazione Civile (ENAC), la Regione Calabria e il Comune di Scalea per l’aerosuperfice dell’Alto Tirreno ha scatenato un’ondata di indignazione che attraversa trasversalmente la Piana di Sibari. Non si tratta di una critica al progresso in sé, ma della ennesima, plateale esclusione di una delle aree più popolose e produttive dell’intera regione dai tavoli decisionali che contano.
Mentre le istituzioni festeggiano negli uffici romani o regionali, nella Sibaritide regna il silenzio assordante della politica locale. Dove sono i rappresentanti del territorio? Dove sono le voci di chi dovrebbe difendere gli interessi di una comunità che conta oltre 400.000 abitanti, rispetto ai circa 60.000 dell’area tirrenica interessata dal progetto?
Geografia della disperazione
I numeri raccontano una realtà umiliante per i cittadini della Sibaritide. Oggi, raggiungere lo scalo di Lamezia Terme è già un calvario di ore, una sfida alla pazienza e alla logistica. Eppure, la soluzione prospettata non solo non risolve il problema, ma lo aggrava: per arrivare a Scalea, i tempi di percorrenza per chi vive nel cuore dell’Alto Ionio si prospettano proibitivi.
L’inutilità strategica di questo accordo emerge con forza dall’analisi geografica: il capoluogo, Cosenza, è storicamente e logisticamente molto più vicino a Lamezia Terme che a Scalea. Investire in un polo che isola ulteriormente il capoluogo e ignora il bacino d’utenza ionico appare, agli occhi dei cittadini, come una scelta politica dettata da logiche distanti anni luce dai bisogni reali delle persone.
Un sistema ferroviario al collasso
Il quadro di smantellamento del diritto alla mobilità è completato dalla gestione del ferro. L’annullamento del progetto del tratto ferroviario Praia-Tarsia — che avrebbe dovuto fare di Cosenza un hub cruciale per le fermate dei Freccia — è una ferita ancora aperta.
Si è preferito continuare a insistere sul tracciato costiero tirrenico, una linea che corre a pochi metri dal mare. Una scelta scellerata, già punita dalla storia: le frequenti mareggiate non sono un evento imprevisto, ma una certezza meteorologica che puntualmente blocca la circolazione, isolando di fatto intere comunità. Eppure, si continua a puntare su un binario fragile, ignorando le esigenze di chi vive entroterra e necessita di collegamenti veloci, sicuri e lungimiranti.
Il grido di un territorio ignorato
La Sibaritide, con le sue eccellenze agricole, turistiche e demografiche, merita rispetto. Invece, viene trattata come una terra di serie B, tenuta fuori da ogni programmazione infrastrutturale di ampio respiro.
Non si tratta di campanilismo, ma di giustizia sociale ed economica. Quando i palazzi del potere decidono le sorti del territorio senza consultare — o peggio, ignorando deliberatamente — le popolazioni che rappresentano, la democrazia perde di significato. La Sibaritide è stanca di subire decisioni prese altrove, che sembrano fatte apposta per confermare un isolamento che la Calabria non può più permettersi.
È tempo di risposte. È tempo che la politica regionale spieghi perché, nel 2026, la programmazione infrastrutturale continui a viaggiare lontano dai bisogni reali della stragrande maggioranza dei calabresi.






