L’assunzione chiesta dal carcere, i mandarini e la lettera di Natale: le accuse agli Arturi

«Mi devi passare l’imprenditore perché si deve prendere mio figlio a lavorare». Giovanni Arturi parla dal carcere con il fratello Pasquale. È il 19 ottobre 2023 e la telefonata, intercettata dagli investigatori, apre uno dei tre episodi che la Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro contesta nell’inchiesta sulle presunte estorsioni nella Sibaritide. Gli altri riguardano la consegna di mandarini e gasolio e una richiesta di 2.000 euro arrivata per lettera prima di Natale. Omettiamo i nomi degli imprenditori coinvolti.

Nella prima conversazione Giovanni chiede a Pasquale di recarsi presso l’attività di uno degli imprenditori e di passarglielo al telefono. Vuole che venga assunto suo figlio Bruno. Pasquale raggiunge il posto e segnala che ci sono altre persone presenti. Giovanni insiste per parlare con il titolare e il fratello lo mette in contatto con lui in vivavoce.

«Domani viene Bruno, mio figlio», dice Giovanni Arturi. Il ragazzo, aggiunge, porterà i documenti e potrà iniziare a lavorare quando l’imprenditore deciderà. Nel corso della chiamata Giovanni chiede anche di tenerlo «sotto controllo». Secondo l’interpretazione riportata dagli investigatori, si riferisce al denaro che il figlio avrebbe potuto chiedere all’imprenditore.

La risposta del titolare è centrale nella ricostruzione dell’accusa: «Me lo stai dicendo tu, altrimenti gli avrei detto di no». Per la Dda, l’imprenditore non aveva bisogno di personale aggiuntivo e avrebbe acconsentito per timore di ritorsioni. L’assunzione non avvenne. A Giovanni e Pasquale Arturi è contestata, per questo fatto, una tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso.

Quasi due mesi dopo, il 18 dicembre 2023, arriva il secondo episodio. Secondo il capo d’accusa, Bruno Arturi si presenta presso l’attività dello stesso imprenditore seguendo indicazioni telefoniche del padre Giovanni, ancora detenuto. Ottiene 15 casse di mandarini e una quantità non precisata di gasolio. Gli inquirenti sostengono che la consegna sia avvenuta per il timore di possibili ritorsioni. A Giovanni e Bruno Arturi viene contestata in questo caso un’estorsione consumata.

Il terzo episodio riguarda una lettera indirizzata a tre fratelli imprenditori. Secondo l’accusa, Giovanni Arturi la prepara con l’aiuto di Filomena De Simone e la fa recapitare da Pasquale. Nel testo la richiesta di denaro è presentata come un dono: «Io vi chiedo un regalino a piacere del vostro cuore». La lettera indica anche una scadenza, prima del 20 dicembre, giorno in cui la compagna di Giovanni sarebbe andata a colloquio in carcere. Il denaro, si legge nel messaggio, gli avrebbe permesso di trascorrere «un bellissimo Natale».

Per la Dda, quel «regalino» corrispondeva a 2.000 euro. Il 19 dicembre, secondo il capo d’accusa, uno dei fratelli consegnò la somma a Pasquale Arturi. Gli investigatori ritengono che abbia pagato per timore di ritorsioni contro sé stesso e i familiari. Per questo episodio l’estorsione è contestata a Giovanni e Pasquale Arturi e a Filomena De Simone.

Nei tre fatti ricostruiti dagli atti, le richieste assumono forme diverse: un posto di lavoro, prodotti e carburante, poi denaro. La Dda sostiene che a renderle coercitive fosse la capacità intimidatoria attribuita a Giovanni Arturi, anche quando non venivano pronunciate minacce esplicite. Sono ipotesi d’accusa nella fase delle indagini preliminari: il significato delle conversazioni e le responsabilità dei singoli indagati dovranno essere accertati nel procedimento giudiziario.

 

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