’Ndrangheta a Rossano, due incendi e la richiesta di 3mila euro: imprenditore costretto a cedere per paura

CORIGLIANO-ROSSANO – Due incendi davanti alla propria abitazione, una richiesta di tremila euro e la paura che le intimidazioni potessero colpire anche i figli. È la vicenda di un imprenditore rossanese ricostruita nell’ordinanza cautelare dell’operazione antimafia Ginestra, eseguita il 28 ottobre 2026 nella Sibaritide. Al centro dell’episodio, avvenuto tra ottobre 2021 e febbraio 2022, figura Domenico Catalano, detto Mimmo, indagato per estorsione aggravata dal metodo mafioso, in concorso con persone non identificate. Secondo il giudice per le indagini preliminari di Catanzaro, Fabiana Giacchetti, Catalano avrebbe fatto arrivare all’imprenditore una richiesta di denaro per conto di alcuni soggetti indicati come gli «amici di Rossano».

Tutto sarebbe iniziato dopo un acquisto all’asta

La vicenda avrebbe avuto origine dall’acquisto di un immobile confinante con un’attività familiare specializzata nel settore degli imballaggi. L’imprenditore si era aggiudicato la struttura per 400mila euro, al termine di una gara partita da una base di 300mila euro. Dopo l’acquisto, alcune persone si sarebbero presentate in azienda sostenendo di aver favorito l’aggiudicazione e pretendendo una ricompensa economica. L’uomo avrebbe respinto la richiesta, facendo osservare che la competizione all’asta gli aveva già comportato una spesa superiore di centomila euro rispetto alla cifra iniziale. Successivamente sarebbe intervenuto Catalano, già conosciuto dall’imprenditore per precedenti rapporti commerciali. Secondo quanto riferito dalla persona offesa a un carabiniere, Catalano avrebbe comunicato la pretesa di tremila euro all’anno, proponendo anche un incontro con un soggetto soprannominato «u Cain», identificato dagli investigatori in Francesco Sommario.

Il primo incendio davanti all’abitazione

Il 18 ottobre 2021 due persone a bordo di un motociclo raggiungono l’abitazione dell’imprenditore, in località Gammicella, e incendiano il cancello. L’uomo denuncia il danneggiamento, ma inizialmente non riferisce alcuna richiesta estorsiva e sostiene di non avere sospetti sui responsabili. Soltanto nel gennaio 2022 decide di confidarsi con un carabiniere, raccontando le pressioni economiche ricevute. Non intende, però, presentare una denuncia formale per estorsione. Il militare raccoglie le informazioni e redige una relazione destinata agli investigatori. Nel racconto emerge anche la preoccupazione per il futuro dell’azienda, dove lavorano circa venti dipendenti. Un eventuale attentato alla struttura produttiva avrebbe potuto compromettere l’attività e i posti di lavoro. L’imprenditore avrebbe inoltre cercato, attraverso conoscenze comuni, di far arrivare a Salvatore Galluzzi la richiesta di interrompere le intimidazioni, senza ottenere il risultato sperato.

Il secondo attentato e la paura per i figli

Il 27 gennaio 2022 il cancello dell’abitazione viene nuovamente dato alle fiamme. Le telecamere di sorveglianza riprendono due persone incappucciate mentre spargono liquido infiammabile e appiccano l’incendio. Gli autori non vengono identificati. Questa volta l’imprenditore appare particolarmente spaventato. Prima di contattare i soccorsi telefona al carabiniere al quale aveva raccontato le richieste di denaro. Il giorno successivo il militare lo incontra e lo invita a denunciare, assicurandogli l’intervento dell’Arma. Ma l’uomo manifesta l’intenzione di pagare. La sua principale preoccupazione riguarda la sicurezza dei familiari. «Mi hanno toccato a casa», afferma, spiegando il timore che le intimidazioni possano coinvolgere i figli. Anche la moglie teme le conseguenze di un’eventuale denuncia e la possibilità di essere costretti ad allontanarsi da Rossano.

L’incontro del 3 febbraio: «Ho elargito»

Il passaggio decisivo, secondo la ricostruzione investigativa, avviene il 3 febbraio 2022. L’imprenditore contatta Catalano e lo raggiunge nei pressi di un bar. Le telecamere documentano l’incontro e mostrano i due entrare e uscire dal locale. Successivamente l’uomo si avvicina all’automobile di Catalano, apre lo sportello anteriore e si china verso l’interno dell’abitacolo. Le immagini non permettono di stabilire con certezza cosa sia avvenuto dentro il veicolo. A fornire agli investigatori un elemento ulteriore è una telefonata effettuata poco dopo dall’imprenditore alla moglie. «Ho elargito, ho elargito», le comunica, lasciando intendere che la questione fosse stata risolta. Per il gip, l’insieme delle conversazioni, delle immagini e degli altri elementi raccolti sostiene l’ipotesi che in quell’occasione sia stato effettuato il pagamento della somma richiesta.

Il silenzio davanti agli investigatori

Un altro elemento evidenziato nell’ordinanza riguarda il comportamento dell’imprenditore quando viene ascoltato formalmente. Pur riconoscendo che gli incendi potrebbero essere collegati alla criminalità, l’uomo non conferma le richieste estorsive e non indica i presunti responsabili. Le intercettazioni delle conversazioni familiari restituiscono invece una situazione differente. L’imprenditore manifesta il timore che una denuncia possa provocare nuove ritorsioni, anche nell’eventualità di arresti. La sua preoccupazione è quella di dover continuare a vivere nello stesso territorio, esposto a possibili vendette. Secondo la lettura del giudice, questa paura spiegherebbe la differenza tra le confidenze fatte al carabiniere, i colloqui privati con i familiari e le successive dichiarazioni ufficiali.

Le dichiarazioni del collaboratore Nicola Acri

Nel provvedimento vengono richiamate anche le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Nicola Acri, relative a precedenti rapporti e frequentazioni di Catalano con soggetti dell’ambiente criminale rossanese. Acri riferisce inoltre di informazioni ricevute dallo stesso Catalano e di rapporti economici legati al commercio di automobili. Gli investigatori hanno esaminato questi elementi insieme alle intercettazioni, alle registrazioni delle telecamere e alle testimonianze raccolte. Per il gip sussistono gravi indizi di colpevolezza nei confronti di Catalano, nell’ambito della contestazione di estorsione aggravata dal metodo mafioso. La vicenda costituisce uno degli episodi ricostruiti nell’inchiesta Ginestra sulla criminalità organizzata nella Sibaritide. Le contestazioni sono ancora nella fase cautelare e resta ferma la presunzione di innocenza degli indagati fino a un’eventuale condanna definitiva.

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