’Ndrangheta nella Sibaritide: omicidi, affari milionari sull’immigrazione e patti elettorali. La Dda ricostruisce il potere delle cosche

CORIGLIANO-ROSSANO – Quarantuno misure cautelari, due omicidi ricostruiti, estorsioni, armi, intestazioni fittizie, un sistema illecito legato all’ingresso di centinaia di immigrati e un presunto patto elettorale politico-mafioso. È il quadro dell’operazione condotta questa mattina, 28 ottobre 2026, dai Carabinieri del Raggruppamento operativo speciale e del Comando provinciale di Cosenza, su delega della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro.

Il provvedimento, emesso dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Catanzaro su richiesta della Procura, riguarda 41 indagati: 24 destinatari della custodia cautelare in carcere e 17 degli arresti domiciliari. L’inchiesta ricostruisce l’attività di un’organizzazione di tipo ’ndranghetistico radicata nella Piana di Sibari, con interessi criminali concentrati soprattutto a Corigliano-Rossano e nella contrada Lattughelle di Cassano all’Ionio.

Le contestazioni comprendono, a vario titolo, associazione mafiosa, omicidio, detenzione e porto illegale di armi da fuoco, estorsione, rapina, furto, intestazione fittizia di beni, procurata inosservanza di pena, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e scambio elettorale politico-mafioso. Per diversi reati vengono contestate anche le aggravanti del metodo o delle finalità mafiose.

Un’organizzazione divisa in gruppi, ma sottoposta al controllo della ’ndrangheta di Cirò

Uno degli aspetti centrali dell’inchiesta riguarda la struttura dell’organizzazione criminale. Secondo la ricostruzione degli investigatori, nel territorio operavano gruppi distinti, dotati di una propria autonomia nella gestione delle attività illecite, ma inseriti in un sistema di rapporti e subordinazioni riconducibile alla ’ndrangheta crotonese.

La Procura individua due articolazioni principali: la cosca Acri e la cosca di Corigliano, entrambe attive nel territorio comunale e nelle aree limitrofe.

L’autonomia dei gruppi, secondo gli inquirenti, non corrispondeva a una piena indipendenza criminale. Le attività sarebbero state sottoposte al governo del Locale di Cirò, attraverso un sistema che prevedeva una preventiva legittimazione delle iniziative e una successiva rendicontazione.

In sostanza, le cosche della Sibaritide avrebbero potuto gestire direttamente affari, rapporti e attività delittuose, mantenendo però un collegamento stabile con i vertici della criminalità organizzata cirotana.

A confermare questa ricostruzione, secondo la Dda, è anche il ritrovamento di un manoscritto contenente una parte della contabilità della cosca di Cirò, la cosiddetta «bacinella», nella quale risultava coinvolto anche il gruppo criminale rossanese.

Si tratta di un elemento investigativo significativo perché documenterebbe, sul piano indiziario, non soltanto i rapporti tra le diverse componenti criminali, ma anche l’esistenza di interessi economici condivisi.

Le indagini iniziate nel 2021: collaboratori di giustizia, intercettazioni e pedinamenti

L’operazione del 28 ottobre rappresenta il risultato di un’attività investigativa avviata cinque anni prima.

Il punto di partenza risale al 2021, quando gli investigatori acquisirono le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia. Da quelle informazioni è stata sviluppata un’indagine articolata, finalizzata a verificare l’esistenza dell’organizzazione, individuare gli affiliati e ricostruire la distribuzione dei ruoli.

I Carabinieri hanno condotto prolungate attività di osservazione, controllo e pedinamento dei soggetti monitorati.

Alle attività sul territorio si sono aggiunte intercettazioni telefoniche e ambientali, l’installazione di dispositivi GPS sui veicoli utilizzati dagli indagati e il posizionamento di telecamere di videosorveglianza nei luoghi considerati strategici per gli incontri tra gli appartenenti ai gruppi criminali.

L’incrocio di questi elementi avrebbe consentito di ricostruire la partecipazione dei singoli all’organizzazione anche in periodi differenti, distinguendo le responsabilità e le funzioni esercitate in relazione al grado ricoperto.

Non soltanto l’appartenenza alle cosche, dunque, ma anche le modalità attraverso le quali venivano assunte le decisioni, gestiti gli interessi economici e realizzate le attività delittuose.

Il delitto Cimino: l’agguato al Roxy Bar nel 2001

Tra gli episodi più gravi ricostruiti nell’inchiesta figura l’omicidio di Giorgio Salvatore Cimino, avvenuto oltre venticinque anni fa.

Il 24 maggio 2001 Cimino si trovava all’interno del Roxy Bar, esercizio commerciale situato in via Nazionale, nell’allora Comune di Corigliano Calabro, quando venne raggiunto da diversi colpi d’arma da fuoco.

Le ferite riportate si rivelarono mortali. L’uomo morì il successivo 13 giugno 2001, dopo circa venti giorni dall’agguato.

La Dda inserisce questo omicidio tra i delitti riconducibili, secondo l’ipotesi accusatoria, al programma criminale dell’associazione mafiosa.

La ricostruzione investigativa riporta quindi al centro dell’attenzione un fatto di sangue risalente al 2001, collegandolo al quadro delle attività attribuite alla criminalità organizzata operante nella Sibaritide.

L’omicidio Morello nel 2023: tre colpi di pistola alla testa e il cadavere nelle campagne di Rossano

Un altro capitolo riguarda l’uccisione di Carmine Morello, scomparso il 9 agosto 2023 e successivamente ritrovato cadavere in contrada Strange, nelle campagne dell’area urbana di Rossano.

Il corpo venne individuato in una zona rurale compresa tra i promontori del territorio rossanese. Gli accertamenti stabilirono che l’uomo era stato raggiunto al cranio da tre colpi esplosi con una pistola calibro 9×21 millimetri.

Secondo la Direzione distrettuale antimafia, l’omicidio sarebbe maturato all’interno di dinamiche strettamente mafiose.

La ricostruzione degli investigatori indica un elemento particolarmente rilevante: Morello avrebbe fatto parte della stessa organizzazione criminale nell’ambito della quale sarebbe stata successivamente decisa la sua eliminazione.

Non si tratterebbe, quindi, secondo l’accusa, di un delitto commesso contro un soggetto estraneo alla consorteria, ma di un omicidio maturato all’interno del gruppo mafioso.

Gli approfondimenti investigativi hanno consentito di acquisire gravi indizi nei confronti dei presunti esecutori materiali. Uno di questi, secondo quanto riferito dalla Procura, è nel frattempo deceduto in un incidente stradale.

L’inchiesta attribuisce particolare importanza alla ricostruzione delle circostanze del delitto, degli interessi criminali che lo avrebbero determinato e dei rapporti interni alla consorteria.

Aquino e Marchese: le armi utilizzate per omicidi e intimidazioni

Il quadro investigativo comprende anche riferimenti all’omicidio di Pasquale Aquino e al tentato omicidio di Cosimo Marchese.

La Procura colloca questi episodi, insieme ai delitti Cimino e Morello, nell’ambito del programma criminoso dell’associazione.

In particolare, gli investigatori contestano la detenzione illecita di armi da fuoco utilizzate per realizzare azioni intimidatorie e delitti aggravati dal metodo mafioso.

Le condotte esaminate non riguardano esclusivamente l’impiego materiale delle armi, ma anche le attività di agevolazione e predisposizione dei mezzi necessari alla realizzazione dei reati.

Nel comunicato diffuso dalla Dda non vengono tuttavia riportati ulteriori dettagli sulle modalità esecutive dell’omicidio Aquino e del tentato omicidio Marchese, né sulle singole responsabilità attribuite agli indagati per questi episodi.

Estorsioni, rapine, furti e beni intestati a prestanome: il controllo dell’economia locale

L’inchiesta descrive un’organizzazione impegnata anche nel controllo delle risorse economiche dei territori di competenza.

Tra i reati contestati figurano numerose estorsioni, rapine, furti e intestazioni fittizie di beni.

Secondo la Procura, queste attività non rappresentavano episodi isolati, ma strumenti funzionali agli obiettivi dell’associazione mafiosa.

Le estorsioni e gli altri reati contro il patrimonio avrebbero contribuito ad assicurare risorse economiche ai gruppi criminali e a consolidarne la capacità di condizionamento sul territorio.

Le intestazioni fittizie, invece, rientrano nel quadro delle condotte attraverso le quali sarebbe stata occultata la reale disponibilità di determinati beni.

Il controllo criminale, nella ricostruzione accusatoria, si sarebbe dunque esercitato attraverso una combinazione di intimidazione, attività economiche illecite e gestione dei patrimoni.

Il business dell’immigrazione clandestina: centinaia di stranieri e migliaia di euro per i nulla osta

Uno dei filoni più articolati dell’inchiesta riguarda un presunto sistema organizzato per favorire l’ingresso o la permanenza irregolare in Italia di centinaia di cittadini stranieri.

Secondo la Dda, gli indagati avrebbero sfruttato le procedure previste dal decreto flussi, utilizzando le richieste di assunzione di lavoratori stagionali come strumento per ottenere i nulla osta necessari all’ingresso nel territorio nazionale.

Il meccanismo, nella ricostruzione della Procura, prevedeva il coinvolgimento consapevole di un gruppo di imprenditori disponibili a presentare domande di assunzione senza avere alcuna reale intenzione di impiegare i lavoratori.

Le richieste venivano inoltrate nei giorni del cosiddetto click day, attraverso le piattaforme telematiche dedicate alle procedure di ingresso per motivi di lavoro.

A fronte delle domande presentate, i cittadini stranieri avrebbero versato somme nell’ordine di migliaia di euro per ottenere la documentazione necessaria.

L’attività contestata non consisteva quindi in un’effettiva ricerca di manodopera, ma in un sistema di assunzioni fittizie finalizzato alla commercializzazione dei nulla osta.

Secondo gli investigatori, l’organizzazione avrebbe gestito un vero e proprio mercato illecito dei titoli necessari all’ingresso in Italia.

La Procura descrive questo settore come una fonte di finanziamento particolarmente importante per la cosca. I proventi sarebbero confluiti nelle disponibilità dell’organizzazione mafiosa, contribuendo a sostenerne le attività.

L’accusa ipotizza infatti un’associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, aggravata dalla finalità di agevolare il sodalizio mafioso.

Il coinvolgimento degli imprenditori rappresenta un elemento centrale della ricostruzione: senza la disponibilità a presentare richieste di lavoro prive di un’effettiva finalità occupazionale, il sistema descritto dagli inquirenti non avrebbe potuto funzionare nelle modalità contestate.

Il comunicato della Dda non quantifica l’ammontare complessivo dei proventi illeciti, ma indica il coinvolgimento di centinaia di cittadini stranieri e pagamenti individuali nell’ordine delle migliaia di euro.

Il presunto patto politico-mafioso nelle elezioni comunali del 2024

Un altro capitolo dell’inchiesta investe direttamente la politica locale e le elezioni amministrative dell’8 e 9 giugno 2024 a Corigliano-Rossano.

La Direzione distrettuale antimafia contesta l’ipotesi di scambio elettorale politico-mafioso tra esponenti del gruppo criminale attivo nell’area rossanese e amministratori in carica presso il Comune di Corigliano-Rossano.

Si tratta di una delle contestazioni più rilevanti sul piano istituzionale, perché riguarda il presunto collegamento tra l’organizzazione criminale e soggetti impegnati nell’amministrazione pubblica.

L’ipotesi investigativa è quella di un patto elettorale riconducibile alle consultazioni comunali del giugno 2024.

Nel comunicato della Procura non vengono però illustrati i contenuti specifici dell’accordo contestato, le eventuali contropartite, le modalità di raccolta dei voti o le singole posizioni degli amministratori coinvolti.

Questi aspetti richiedono pertanto l’esame dell’ordinanza cautelare e degli ulteriori atti dell’inchiesta.

Il dato che emerge dal documento ufficiale è comunque preciso: la Dda ritiene di avere acquisito gravi elementi indiziari anche in relazione a un presunto accordo elettorale tra componenti della criminalità organizzata e rappresentanti dell’amministrazione comunale.

Una contestazione che affianca alle tradizionali attività mafiose, come estorsioni e traffici illeciti, anche il possibile condizionamento della competizione elettorale.

La latitanza favorita e la cattura del 22 agosto 2021

L’inchiesta comprende inoltre un episodio di presunto favoreggiamento della latitanza.

Secondo la Procura, alcuni indagati avrebbero contribuito a sottrarre all’esecuzione di un provvedimento restrittivo un soggetto condannato con sentenza definitiva per reati in materia di sostanze stupefacenti e destinatario anche di una misura cautelare.

La persona ricercata venne catturata il 22 agosto 2021.

Anche questa condotta viene inserita dagli investigatori nel quadro delle attività contestate agli appartenenti all’organizzazione criminale.

Centinaia di Carabinieri impegnati nell’operazione

L’esecuzione delle misure cautelari ha richiesto un dispositivo operativo particolarmente esteso.

Le attività sono state coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro e condotte dai militari del II Reparto investigativo del Raggruppamento operativo speciale di Roma, del Comando provinciale dei Carabinieri di Cosenza e del Reparto territoriale di Corigliano-Rossano.

Nella fase esecutiva hanno fornito supporto anche lo Squadrone eliportato Cacciatori di Calabria e i Comandi provinciali dei Carabinieri di Catanzaro, Crotone e Modena.

Complessivamente sono stati impiegati centinaia di militari.

Oltre all’esecuzione delle 41 misure cautelari, sono state effettuate perquisizioni personali e locali nei confronti di diversi indagati.

L’operazione interessa dunque un contesto investigativo che supera i confini della sola Corigliano-Rossano, coinvolgendo strutture operative dislocate in diverse province.

Il quadro dell’inchiesta: criminalità, economia e politica

L’indagine della Dda di Catanzaro delinea un sistema criminale che, secondo l’accusa, avrebbe operato su più livelli.

Da un lato le attività tradizionalmente riconducibili alle organizzazioni mafiose: omicidi, armi, estorsioni, rapine, furti e controllo del territorio. Dall’altro le attività economiche illecite, con particolare riferimento al sistema delle assunzioni fittizie e dei nulla osta per l’immigrazione.

A questi elementi si aggiunge il capitolo relativo alle elezioni amministrative del 2024, nel quale gli investigatori ipotizzano rapporti tra esponenti della criminalità organizzata e amministratori comunali.

Un ulteriore elemento riguarda i collegamenti con la ’ndrangheta crotonese e il ruolo attribuito al Locale di Cirò nella legittimazione e nel controllo delle attività dei gruppi operanti nella Sibaritide.

La ricostruzione della Procura restituisce quindi l’immagine di un’organizzazione articolata, capace di muoversi contemporaneamente nel settore delle attività criminali violente, nella gestione di interessi economici e, secondo l’ipotesi accusatoria, nei rapporti con la politica.

Le 41 misure cautelari rappresentano il risultato di un’indagine iniziata nel 2021, ma non costituiscono un accertamento definitivo delle responsabilità penali. Le contestazioni si collocano nella fase delle indagini preliminari e dovranno essere sottoposte alle successive verifiche giudiziarie, nel pieno rispetto del contraddittorio e del diritto di difesa.

  

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