C’è un momento preciso in cui una lingua rischia di morire: quando smette di risuonare tra i vicoli, quando si spegne nelle culle e si rifugia esclusivamente nei libri di scuola, trasformandosi in una burocratica materia di studio.
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Tra l’emozione di un gioioso pic-nic all’aperto che ha riunito i bambini partecipanti, i “Trasmettitori”, genitori, nonni e un gruppo di persone esterne curiose di condividere questo momento, si è conclusa la prima sessione di “Fjasmi Arbërisht: sì fjasmi, ashtu jemi”.
A svelare i dettagli, i retroscena e i dati di questo straordinario percorso, è lo stesso autore e ideatore dell’iniziativa, il Prof. Francesco Perri.
Si tratta di informazioni, metodologie e riflessioni nate dalla sua lunga esperienza sul campo e interamente contenute nel progetto scritto, preparato dal docente con cura e meticolosità.
Il progetto, condiviso e realizzato dal Prof. Perri insieme a tre amici della comunità – Silvia Tocci, Serafina Greco e Michele Minisci-, si fonda su un principio cardine che scardina l’approccio accademico tradizionale: l’arbëreshë è una lingua squisitamente parlata. Di fronte a dati allarmanti – illustrati nel progetto stesso, che vedono la popolazione di parlanti in forte calo, con una percentuale un tempo vicina al 90-100% e oggi ridotta a un esiguo 20-30% – si è scelto di rifiutare la didattica frontale e burocratica.
«Questa lingua ha resistito per oltre cinque secoli all’incalzare del tempo proprio perché viaggiava sulle labbra di persone che non sapevano né leggere né scrivere, ma che la usavano in famiglia, per strada, nelle piazze del paese».
Questo è quanto ci ha spiegato con forza il Prof. Perri. Per questo motivo, la sperimentazione ha previsto una regola drastica: abbandonare la rigidità delle aule scolastiche. Gli incontri a cadenza settimanale si sono così trasformati in un percorso itinerante tra gli spazi aperti del borgo, riportando l’arbëreshë nel suo habitat sociale spontaneo.
Niente pesanti sovrastrutture grammaticali o nozioni teoriche. Come dettagliato nel piano del progetto, i bambini della Scuola Primaria sono stati guidati attraverso l’uso di schede didattiche calibrate esclusivamente sull’oralità e sull’azione pratica. Incontro dopo incontro, i piccoli hanno imparato a presentarsi, a nominare i membri della famiglia, i numeri, i colori, i cibi tradizionali e gli elementi della natura. Un percorso linguistico affiancato da “pillole” di storia locale legate alla fondazione stessa di Vaccarizzo Albanese.
Il vero motore del percorso è stato però il recupero della tradizione espressiva. Le strade del borgo si sono animate con i ritmi e la gioia delle antiche filastrocche storiche e dei canti corali tradizionali, da “Mush, mushilës ku vajta sot ?” a “Dollonishe faq’e kuqe”, fino al celebre canto “I bukuri Vakaric” di Cosmo Rocco.
A fare da maestri, in una logica di totale gratuità e immersione, non sono stati docenti esterni, ma i “parlanti naturali” del paese: anziani e genitori custodi del vocabolario quotidiano.
I risultati, come ci ha confermato il professore, hanno sbalordito gli stessi organizzatori. Il contatto diretto tra i bambini e gli anziani per le strade ha riattivato un dialogo generazionale che si era interrotto. Ma l’effetto più straordinario si è verificato all’interno delle mura domestiche: una volta tornati a casa, i bambini si sono trasformati a loro volta in “insegnanti” dei propri genitori e nonni. Un processo inverso di trasmissione linguistica che ha riacceso l’Arbëresh come lingua del cuore e dell’affetto familiare.
«Mai visti genitori così orgogliosi e felici dei propri figli», commentano dal comitato organizzatore. Durante la serata finale, diverse mamme e papà hanno preso la parola per testimoniare con commozione come i figli abbiano spontaneamente iniziato a parlare l’Arbëresh a casa e con gli anziani del paese, chiedendo a gran voce che l’attività non si fermi qui.
La festa si è chiusa con la consegna a ciascun bambino di una copia personalizzata del “Diario di Bordo”- la raccolta delle parole e delle filastrocche imparate – e di un attestato di partecipazione, prima del dolce momento conviviale con una torta celebrativa recante il titolo del progetto.
La scommessa vinta di Vaccarizzo Albanese lancia oggi un messaggio chiaro a tutte le comunità italo-albanesi: come suggerito e auspicato dal Prof. Perri nel suo piano progettuale, la sostenibilità della lingua non passa dalle burocrazie o dalle grandi consulenze teoriche, ma dal sostegno pratico alla genitorialità linguistica, alle espressioni artistiche, al teatro di comunità e ai canti. Solo restituendo la parola alla vita di tutti i giorni si potrà garantire che l’Arbëria rimanga, anche nel prossimo secolo, una realtà viva e vibrante e non un muto reperto del passato
Gennaro De Cicco






