Milano, domenica sera. Una donna attraversa la strada. Un’auto la travolge. A bordo, quattro adolescenti. Il fatto di cronaca si aggiunge a una sequenza inquietante: non solo la tragedia in sé, ma la dinamica, il contesto, le energie che oggi attraversano parte della gioventù. Qualcosa non torna. O forse sta tornando in una forma che non vogliamo riconoscere.
Le piazze digitali sono le nuove piazze reali, e in alcune di queste — Telegram in testa — girano immagini, video e messaggi che normalizzano la violenza, il possesso di armi, la sopraffazione come linguaggio. Non è folklore. È materiale crudo, inedito fino a pochi anni fa.
A Corigliano-Rossano, durante un pestaggio, le indagini hanno documentato scene che sembrano copiate da Gomorra. Non una semplice “imitazione” cinematografica, ma una drammatica conferma: per molti ragazzi, la narrativa criminale non è finzione, ma manuale d’uso.
Mentre accadono questi fatti, la politica guarda altrove. La discussione pubblica è occupata da nomi e candidature, non da contenuti o piani. Lo Stato non sembra interrogarsi con urgenza, e ancora meno sembra mettere in campo un programma. La vita reale scorre sotto traccia, tra video virali e atti giudiziari, ma fuori dall’agenda istituzionale.
Non è questione di invocare repressione o, all’opposto, giustificazioni sociologiche di facciata. Qui si tratta di capire, studiare, e programmare risposte. Scuola, famiglia, comunità, tecnologia: nessun attore può chiamarsi fuori. Serve misurare l’impatto delle nuove piattaforme sugli adolescenti, investire in formazione e presidio culturale, creare spazi dove le energie trovino strade diverse dall’autodistruzione o dalla violenza.
Matteo Lauria – Direttore I&C
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