Editoriale | I professionisti del civismo: eventi, sorrisi e candidature senza coraggio

La politica non è una sfilata. Non è un palco illuminato all’ultimo momento. Non è una raccolta di eventi pseudo culturali organizzati strategicamente per costruirsi una reputazione immacolata in vista di una candidatura.

E invece, da anni, assistiamo sempre più spesso a questo schema. Persone che nella quotidianità spariscono. Non prendono posizione. Non disturbano nessuno. Non criticano mai il potere. Non denunciano storture. Non si espongono. Restano prudentemente nel mezzo, coltivando relazioni, sorrisi, convenienze e visibilità. Poi, all’improvviso, a pochi mesi dalle elezioni, eccoli comparire sotto la veste del “civismo”.

Il copione è quasi sempre lo stesso. Si organizzano manifestazioni culturali, presentazioni, premi, dibattiti, iniziative pubbliche costruite con il supporto di enti, associazioni, loghi istituzionali e spesso anche con la benevolenza della pubblica amministrazione. Tutto rigorosamente neutrale. Tutto apparentemente lontano dalla politica. Ma dietro quella neutralità si nasconde spesso un progetto personale: costruirsi una candidatura senza aver mai affrontato il peso della politica vera.

Perché fare politica significa altro. Significa esporsi ogni giorno. Significa assumersi responsabilità quando conviene e soprattutto quando non conviene. Significa prendere posizione anche sapendo di perdere amicizie, consensi o opportunità. Significa denunciare situazioni scomode, esercitare controllo, affrontare critiche, mettersi contro poteri e dinamiche consolidate.

Troppo facile arrivare alla fine del percorso facendosi trovare “puliti”, senza nemici, senza cicatrici, senza battaglie combattute. Troppo facile presentarsi come il volto rassicurante della società civile dopo aver trascorso anni a osservare dalla finestra chi, invece, nella politica quotidiana si è consumato tra problemi, polemiche, attacchi e responsabilità.

Questa narrazione del civismo puro, distante dai partiti e superiore alla politica tradizionale, in molti casi è soltanto una favoletta costruita a tavolino. E spesso funziona perché una parte dell’opinione pubblica si lascia sedurre dall’immagine dell’uomo o della donna “di cultura”, apparentemente estranei ai giochi politici, ma pronti improvvisamente a candidarsi a sindaco o a ricoprire ruoli pubblici di primo piano.

Ma il civismo autentico è un’altra cosa. È supporto. È partecipazione. È presenza costante accanto a chi fa politica ogni giorno. Non può diventare il rifugio opportunistico di chi evita accuratamente ogni conflitto fino al momento giusto.

Anche i partiti, con tutti i loro limiti, continuano a rappresentare luoghi di militanza, sacrificio e confronto. Ci sono persone che dedicano anni all’impegno pubblico senza costruirsi eventi, senza cercare copertine, senza prepararsi una passerella elettorale.

Ed è proprio da qui che dovrebbe ripartire una riflessione seria. Perché chi vuole guidare una città dovrebbe dimostrare coraggio prima delle elezioni, non soltanto durante una campagna elettorale. La credibilità non si costruisce con le luci di un convegno o con una rassegna culturale. Si costruisce nel tempo, mettendoci la faccia quando è più difficile farlo.

Matteo Lauria – Direttore I&C

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