REGGIO CALABRIA – La consigliera regionale Elisabetta Barbuto presenta il testo per il contrasto allo sfruttamento agricolo: «Il presidente Occhiuto ha aperto la discussione, ora servono atti concreti. Votiamo subito, l’immobilismo deve finire». Di fronte all’immane tragedia consumatasi ad Amendolara, dove dei lavoratori sono stati bruciati vivi per essersi ribellati ai caporali, le istituzioni calabresi sono chiamate a dare risposte repentine. La consigliera regionale del Movimento 5 Stelle, Elisabetta Barbuto, ha annunciato il deposito ufficiale della proposta di legge intitolata “Interventi per contrastare il fenomeno del lavoro irregolare e dello sfruttamento dei lavoratori in agricoltura”. Un atto normativo che punta a scuotere la politica affinché non si giri più dall’altra parte davanti a una piaga sociale che calpesta la dignità umana. Nessun alibi dopo anni di immobilismo. Il testo depositato ricalca una proposta già presentata nella scorsa legislatura dal consigliere pentastellato Davide Tavernise, rimasta purtroppo bloccata nei cassetti delle commissioni regionali per due anni. Nonostante la decisione del presidente della Regione, Roberto Occhiuto, di inserire l’emergenza del caporalato all’ordine del giorno del prossimo Consiglio regionale, Barbuto avverte che le discussioni generali non bastano più se non sono seguite da atti concreti. «La proposta di legge c’è, è solida e l’ho già depositata. È arrivato il momento di metterci al lavoro nelle commissioni e in Aula per discuterla e votarla al più presto. Davanti al sangue versato ad Amendolara non ci sono più alibi per nessuno: l’immobilismo politico deve finire». La Calabria, insieme a Sicilia e Puglia, figura tra le regioni del Mezzogiorno più colpite dal lavoro nero e dal caporalato. Si tratta di un fenomeno che non solo schiaccia i diritti dei lavoratori più vulnerabili, ma danneggia anche l’economia sana del territorio e le aziende che operano nella legalità. Il cuore della legge: prevenzione e premialità. La proposta normativa mira a superare la logica puramente repressiva per costruire un sistema di prevenzione fondato sulla trasparenza.
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