Editoriale | Autobus vuoti tra Corigliano e Rossano: il costo dell’inerzia

Milioni investiti nel trasporto pubblico locale, ma i bus viaggiano senza passeggeri. È tempo di capire a chi serve davvero.

Ogni giorno decine di autobus percorrono la strada tra Corigliano e Rossano. Li vediamo passare, spesso vuoti. Un servizio che costa, ma non serve. Eppure continua, sostenuto da fondi regionali e da un principio sacrosanto: garantire il diritto alla mobilità. Ma quel principio, da solo, non basta più.

Quando, qualche anno fa, fu presentato il progetto di potenziamento del trasporto pubblico locale. Si parlava di sei nuove linee, tre in fase di lancio, 65 fermate, due stazioni di interscambio e una copertura di 350 chilometri quadrati. La città avrebbe dovuto beneficiare di un incremento di 100 mila chilometri aggiuntivi ai 480 mila già attivi, con l’obiettivo di arrivare a 800 mila chilometri l’anno. Un piano finanziato dalla Regione Calabria e salutato come passo avanti verso una mobilità sostenibile e inclusiva.

Gli autobus, di nuova generazione e mild hybrid, dovevano abbattere quasi del tutto le emissioni in ambito urbano, accompagnando l’idea di una “città connessa”, integrata e rispettosa dell’ambiente. Tutto giusto, in teoria. Ma oggi, guardando la realtà, il quadro cambia.

Ad oggi, quel che si nota, è che le navette viaggiano per lo più vuote. Il servizio, che avrebbe dovuto mettere in rete le due anime della città, non intercetta un bisogno reale. Non c’è un flusso di cittadini che si spostano da Corigliano a Rossano o viceversa, perché le funzioni che un tempo legavano i due centri — tribunale, ASL, comunità montana, e altro — non esistono più. Non ci sono università, sedi provinciali. Non c’è nulla! Restano due città affiancate, che condividono un confine amministrativo ma non una vita comune.

C’è anche un altro dato culturale: qui non abbiamo l’abitudine di prendere il pullman. Ci muoviamo in auto, da soli, anche per pochi chilometri. Il mezzo pubblico è percepito come un ripiego, non come una scelta comoda o conveniente. Così il sistema resta fermo: autobus che girano a vuoto, cittadini che continuano a usare la macchina, e denaro pubblico che copre la distanza tra le due cose.

E allora il nodo è chiaro: ha senso mantenere un servizio così ampio se non c’è domanda?
La spesa pubblica deve garantire diritti, non abitudini. Occorre conoscere i dati dei flussi reali, capire quanti cittadini salgono a bordo, in quali orari, e per quali tratte. Solo così si può stabilire se il servizio è utile o se si limita a ripetere un gesto vuoto, a motore acceso.

Il trasporto pubblico locale può e deve restare un presidio civile. Ma senza trasparenza e pianificazione basata sui dati, ogni chilometro finanziato rischia di trasformarsi in un chilometro di spreco. E a quel punto, la sostenibilità — anche quella economica — diventa solo una parola.

Matteo Lauria – Direttore I&C

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