L’editoriale di Matteo Lauria – L’ennesima rissa sul lungomare Sant’Angelo a Rossano, avvenuta ieri, riapre una ferita mai chiusa dopo la sparatoria di un anno fa. Mentre in Calabria l’operazione Strade Sicure identifica 70mila persone, e controlli mirati sui territori, qui si continua a discutere di tutto tranne che delle soluzioni immediate. L’ennesima rissa. L’ennesima notte di paura. L’ennesimo episodio di violenza che finisce per trasformare un luogo destinato alla socialità, al turismo e alla serenità in un teatro di tensione e insicurezza.
![]() |
![]() |
![]() |
![]() |
Eppure ogni volta che si pronuncia la parola “Esercito” si scatena una reazione quasi ideologica. C’è sempre qualcuno pronto a spiegare che non serve. Qualcuno che parla di militarizzazione. Qualcuno che propone qualsiasi altra cosa. Si chiede la riapertura del tribunale. Si chiede l’elevazione della reparto territoriale dei Carabinieri a Gruppo. Si chiedono più uomini alla Polizia di Stato. Si chiedono più carabinieri. Si chiedono riforme strutturali, investimenti, piani strategici e interventi di lungo periodo.
Tutte richieste legittime. Ma c’è un problema enorme che molti fingono di non vedere: queste non sono soluzioni immediate. Per ottenere nuovi organici servono anni. Per modificare assetti istituzionali servono decisioni ministeriali, procedure, decreti e risorse. Per riaprire uffici giudiziari servono scelte politiche nazionali.
Nel frattempo cosa facciamo? Aspettiamo la prossima aggressione? Aspettiamo il prossimo accoltellamento? Aspettiamo il prossimo morto? Perché è questo il punto che molti evitano accuratamente di affrontare. L’Esercito, invece, rappresenta una misura immediatamente attivabile. Una richiesta istituzionale può produrre risultati in tempi rapidi. Non sostituisce le forze dell’ordine. Non risolve le cause profonde del disagio sociale. Non elimina la criminalità.
Ma la sua presenza fisica costituisce un deterrente. È sempre stato questo il senso della proposta. E i numeri dimostrano che non si tratta di una fantasia giornalistica. Nei primi sei mesi del 2026, nell’ambito dell’operazione Strade Sicure, i militari impiegati nelle cinque province calabresi hanno effettuato circa 70mila identificazioni di persone e 28mila controlli di veicoli. Settanta mila identificazioni. Ventotto mila controlli.
Numeri enormi. Numeri che raccontano un’attività reale. Numeri che dimostrano come l’Esercito operi quotidianamente a supporto delle forze di polizia in Calabria e nel resto d’Italia. E allora viene spontaneo chiedersi: perché in tutta la Calabria va bene e a Corigliano Rossano no?
Perché nelle altre città la presenza dei militari è considerata un supporto alla sicurezza e qui viene raccontata come una minaccia? Perché in città dove esistono perfino comandi provinciali di Polizia e Carabinieri l’Esercito viene utilizzato senza scandali, mentre qui si continua a evocare scenari da stato d’assedio?
La verità è che troppo spesso si cercano argomenti per non fare nulla. Persino ieri, secondo quanto risulta, alla scena della rissa avrebbe assistito un consigliere comunale contrario alla presenza dell’Esercito. Una posizione legittima, naturalmente. Ma dopo l’ennesimo episodio di violenza sarebbe interessante capire quale sia la proposta alternativa immediatamente praticabile.
Perché la città non vive di teorie. Vivono nella realtà gli operatori turistici che vedono compromessa l’immagine del territorio. Vivono nella realtà le famiglie che hanno paura. Vivono nella realtà i cittadini che escono la sera chiedendosi se tutto andrà bene. Corigliano Rossano non può continuare a inseguire le emergenze. Non può continuare a commentare le risse il giorno dopo. Non può continuare a indignarsi per qualche ora e poi tornare nell’immobilismo.
Servono scelte. Servono decisioni. Servono risposte immediate. Perché la sicurezza non è un tema ideologico. È un diritto. E ogni giorno perso rischia di essere pagato da qualcuno che si troverà nel posto sbagliato al momento sbagliato.






