Violenza, rabbia, silenzio. Circa settanta le donne uccise in dieci mesi del 2025. Numeri che raccontano un disastro umano prima che sociale. In Italia, nonostante le campagne di sensibilizzazione e le leggi più severe, il sangue continua a scorrere. Ogni anno si promette un nuovo piano, un inasprimento delle pene, un decreto “necessario”. Eppure, le statistiche dicono altro: la violenza cresce, i femminicidi aumentano, e la paura non si placa. Negli ultimi anni, i governi hanno varato norme più rigide: braccialetti elettronici, codici rossi, procedure d’urgenza, centri antiviolenza potenziati. Tutto utile, ma non sufficiente. Le leggi puniscono l’atto, non prevengono la mente che lo genera. E la mente dell’assassino, uomo o donna che sia, resta un territorio poco esplorato, quasi proibito. Perché fa paura chiedersi perché qualcuno arrivi a uccidere. È più comodo fermarsi all’effetto: la vittima da piangere, il carnefice da odiare. Ma così si resta sulla superficie, nel ciclo emotivo che si ripete ogni volta, identico: condanna e sdegno. Ogni femminicidio viene raccontato come un episodio a sé. Ma la violenza non nasce all’improvviso: cresce nel tempo, si nutre di modelli, frustrazioni, silenzi. C’è un fenomeno sempre più evidente — il narcisismo patologico — e con esso un tessuto di rapporti malati, di solitudini e ossessioni che non trovano voce. Si parla molto di “educazione sentimentale”, ma troppo spesso resta una formula astratta, confinata nei convegni o nei talk. Si parla di parità, ma non si parla di relazioni: di come riconoscere un legame tossico, di come si gestisce un rifiuto, di come si controlla la rabbia.
Eppure, la violenza nasce lì, nei piccoli squilibri mai corretti, nei segnali ignorati, nelle parole taciute.
La paura di guardare dentro
Forse la società non vuole davvero capire le radici della violenza, perché capirle significa mettersi in discussione. Bisognerebbe chiedersi dove falliscono la famiglia, la scuola, la cultura che ancora esalta il possesso come forma d’amore. Serve un’analisi collettiva, non solo giudiziaria. Perché la violenza non è un’emergenza improvvisa: è il risultato di anni di educazione emotiva mancata, di solitudine, di modelli distorti. Ogni assassino ha una storia, e non comprenderla non significa giustificarla. Significa voler impedire che un altro la ripeta. Forse è tempo di cambiare linguaggio.
Smetterla di costruire campagne fondate sull’odio e iniziare a parlare di responsabilità. Portare nelle scuole testimonianze vere, spiegare le dinamiche dei rapporti umani, affrontare il disagio con parole chiare, senza filtri né ipocrisie. Non servono slogan. Serve un linguaggio che non divida uomini e donne, ma aiuti entrambi a riconoscere e gestire le proprie fragilità. Perché la violenza non è solo una questione di genere: è il sintomo di un disagio collettivo che attraversa le generazioni.
La catena dell’odio
Oggi si preferisce puntare il dito. L’assassino diventa un mostro, da eliminare simbolicamente.
Ma quella reazione, per quanto comprensibile, chiude ogni possibilità di riflessione. La rabbia genera altra rabbia. Non serve a prevenire, serve solo a scaricare l’angoscia sociale. Intanto, le statistiche crescono. Perché l’odio, anche quando nasce per giusta indignazione, non educa. Distrugge. L’importazione di modelli comunicativi aggressivi, basati sulla contrapposizione e sulla colpa, si è rivelata fallimentare. I numeri lo confermano. Parlare di “guerra tra generi” non ferma la violenza, la alimenta. Abbiamo bisogno di narrazioni che mostrino la complessità, non che semplifichino. Ogni storia va raccontata fino in fondo: non solo la vittima e il carnefice, ma anche tutto ciò che c’è in mezzo. Le paure, i fallimenti, la solitudine, le pressioni sociali, la mancanza di ascolto. Chi chiede aiuto spesso non viene creduto. Chi ha paura di sé stesso non trova spazi di sostegno. I centri antiviolenza sono fondamentali, ma non bastano se manca un sistema culturale che insegni a riconoscere il disagio prima che diventi tragedia.
Servono psicologi nelle scuole, spazi di confronto per adolescenti e adulti, programmi di prevenzione che partano dal linguaggio, dal modo in cui si parla di amore, di rispetto, di libertà. Bisogna tornare a parlare, senza paura. Non con retorica, ma con verità. Dire che la violenza nasce anche dall’incapacità di gestire il fallimento, la frustrazione, la perdita del controllo. Non è una questione solo penale, è culturale, emotiva, sociale. Punire serve, ma non basta. Prevenire significa educare. E per educare serve coraggio: quello di smettere di dividere, di semplificare, di odiare.
Matteo Lauria – Direttore I&C
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